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sabato 10 maggio 2014

Forbidden Shape - The Sleepwalking Psychopath

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Il bello di fare recensioni di gruppi emergenti è soprattutto il fatto di non sapere mai cosa aspettarsi al pigiare del tasto play del nostro amatissimo cd player; ci si può fare un gran film guardando le copertine e lo stile dell'artwork, ma fidatevi, poche volte sarete ricompensati con la consapevolezza di averci azzeccato, anzi... Per quello che mi riguarda è il caso di questi Forbidden Shape, combo russo dedito ad una sorta di death metal a tratti brutal, a tratti quasi power metal, a sprazzi molto thrash riff-oriented. Detto in parole povere, un gran casino. Nel senso dei volumi? No, in questo caso, un gran casino di idee, ben poche messe a fuoco e portate fino alla fine. Una stroncatura prima di iniziare? In un certo senso si, in un altro no; ora mi spiego. Vi confesso che ho ascoltato questo cd per almeno 5 volte (con gran fatica) prima di pronunciarmi; vi confesso anche che, per come sono fatto io, ascoltare 5 volte una cosa che non mi entusiasma è già un grande sacrificio. Non a caso, purtroppo, quelle che seguiranno non saranno giudizi estremamente positivi; quello che mi si pone all'ascolto è un calderone di suoni, rumori, frammenti di canzoni, pessime growling vocals, accordi che faticano a trovare un legante, se non quello di far parte di una stessa traccia sul dischetto ottico. Parole incomprensibili se non leggendo il libretto (non mi era capitato nemmeno con i Cannibal Corpse più marci...), canzoni senza capo né coda, nessun riff portante, pochi solos degni di nota e, a quanto sembrerebbe leggendo i testi, anche poco da dire. Con tutta la buona volontà, trovare un pregio alle composizioni del gruppo, almeno per me, è una "mission impossible". Non bastano una manciata di riff quasi indovinati (ma tutti col retrogusto del già sentito) a salvare quella che, sotto il punto di vista meramente compositivo, è una disfatta a tutti gli effetti. Come in quasi tutte le cose, qualcosa da salvare c'è, giusto per non ammazzare con un voto pessimo questa release; prima di tutto i suoni, non sono sicuramente i peggiori sentiti, anzi risultano essere piuttosto curati. L'aspetto tecnico è notevole, meritano di essere citate le prestazioni della sezione ritmica su tutte: bravo Gungrind al basso (per l'esecuzione, la composizione delle songs è da rivedere). Sappiamo tutti che però un disco non puo' reggersi su buoni suoni e ottime prestazioni stile session man (oddio, per quello che riguarda un certo “rock italiano” sembrerebbero bastare anche solo queste due cose), quindi cio' che propone questa release riesce a malapena a rosicchiare una sufficienza che finisce per non accontentare nessuno: prima di tutto i Forbidden Shape, perchè con questi mezzi esecutivi e un po' di concentrazione in piu' in fase di composizione, questo cd assume fortemente il sapore amaro dell'occasione persa; si può e si deve far di più. Non accontenta di certo me, perchè mi aspettavo ovviamente di più (maledette supposizioni “da copertina”). Senza ombra di dubbio la migliore traccia a mio parere rimane la numero 7, “Crude Soil Therapy”, che oggettivamente contiene delle ottime idee che lasciano intravedere capacità indiscusse. Per poco hanno evitato di essere “rimandati a Settembre”, la sufficienza la strappano sulla fiducia. Dai Forbidden Shape mi aspetto molto di più; sarò qua ad attenderli. (Claudio Catena)

(Fono Ltd - 2013)
Voto: 60

http://www.fono.ru/artist/181/

giovedì 3 aprile 2014

Bjarm - Imminence

#PER CHI AMA: Black Symph., Dimmu Borgir
Ho sempre trovato cosi affascinante la città di Arkhangelsk, non tanto per la sua architettura ma per quel nome che evoca qualcosa di spettrale ed etereo al tempo stesso. I nostri eroi di oggi arrivano proprio da quell'area, più precisamente da Severodvinsk, città della Russia subartica. Mi sarei aspettato pertanto sonorità glaciali, desolate o depressive, e invece fra le mani ho un disco che tributa l'amore della band per il black sinfonico dei Dimmu Borgir. La classica intro strumentale apre il lavoro e a seguire "Knowledge of Doom" che palesa nelle sue note, la voglia di affidarsi a pompose parti orchestrali per appagare i fan. E il risultato, per un amante del genere come il sottoscritto, si dimostra assolutamente positivo. Detto delle abbondanti parti sinfoniche che popolano la prima traccia, vorrei anche citare la magnifica voce maschile di Andrey Vait (un growling profondo ma ben chiaro), affiancato dalle vocals della soave fanciulla Anastasia Angie, tastierista della band. "Ominous Dreams" è una song che parte oscura affidandosi ad una ritmica mid-tempo con voci demoniache che si instaurano su un tappeto ritmico assai melodico, imbastito dal sestetto russo. A differenza della precedente traccia, questa si rivela meno bombastica e più lineare nel suo andamento, anche se i nostri non ci fanno mancare un bel break centrale assai affine a quelli di Shagrath e soci, di "Progenies of the Great Apocalypse" (ma questa sarà una certezza dell'intero lavoro). Se l'aggressiva "The Nine Worlds" rivela anche un certo influsso viking nelle sue note, "Fire Lord's Torment" evidenzia quanto la musica classica sia importante e si insinui nella matrice musicale dell'ensemble, grazie alla presenza costante delle tastiere della bella Anastasia, vero punto di forza ed elemento predominante di 'Imminence'. La strumentale title track si fa seguire dalla semi-acustica "Oracle" che mostra una componente vocale meno gutturale e più orientata allo screaming, mentre la song si mostra più pacata nei toni e venata da una forte componente malinconica. Ancora forti le influenze dei Dimmu Borgir nelle song conclusive, tra l'altro rifacendosi al periodo che ha fatto storcere il naso alla maggior parte dei fan, ma che invece a mio avviso, ha permesso di ampliare il pubblico dell'act norvegese. E si conferma anche il connubio extreme vocals vs voci angeliche. In "The Highest Hall" è forte la componente death, mentre la conclusiva "Tree on the Bones" è un pezzo assai atmosferico. Appurato che 'Imminence' non aggiunge nulla di nuovo ad un genere apparentemente morto, posso affermare senza vergogna che il lavoro mi è piaciuto, a tratti entusiasmato e che l'ho ascoltato fino al termine, pur sapendo sempre cosa mi sarei aspettato. Probabilmente c'è ancora molto da lavorare per rendere meno scontati i pezzi, ma direi che i sei ragazzi russi partono già da una solida base peraltro rinforzata da un'ottima produzione svolta da Tony Lindgren ai Fascination Street Studio. Insomma 'Imminence' è un buon punto di partenza, per dare linfa vitale ad un genere che sta traccheggiando da un bel po' di tempo. (Francesco Scarci)

(Fono Ltd - 2014)
Voto: 70

sabato 25 febbraio 2012

Ceremonial Perfection - Alone in the End

#PER CHI AMA: Swedish Death, In Flames, Children of Bodom
Voi non avete neppure idea quanto meraviglioso sia avere delle aspettative ed essere certi che non verranno mai tradite. Questo per dire che quando ricevo un album da una di quelle tre minuscole repubbliche baltiche, so per certo che tra le mani qualcosa di interessante e che stuzzichi i miei sensi, c’è sempre. E oggi, l’album che mi accingo a recensire, ha tutte le carte in regola per suonare accattivante, emozionarmi e farmi scuotere il capo al ritmo grooveggiante delle sue facili melodie. I Ceremonial Perfection provengono dall’Estonia, suonano uno swedish death, stracolmo di groove, che riprende gli insegnamenti provenienti dal sound degli In Flames, capiscuola di questo filone. Nove le tracce contenute in questa brillante prova, “Alone in the End”, che sin dalla seconda “Symbols and Processes” (tralascio l’intro), ha il pregio di conquistarmi con la potenza del suo suono, la purezza della produzione, i chorus ruffiani, le melodie orecchiabili, le chitarre a la Dark Tranquillity, i suoi break in stile Children of Bodom, le vocals arcigne di Vitaly e quanto mai di meglio i nostri potessero rubare alla tradizione scandinava. La band mi ha già soggiogato con questa prima traccia, pur non avendo inventato nulla di nuovo. Abili strumentisti, i Ceremonial Perfection si rivelano anche eccellenti rifinitori e ottimi compositori, in grado di tracciare splendide melodie avvolgenti su una base ritmica sempre galoppante, anche se talvolta il quintetto estone si concede delle pause, per lasciarci prendere fiato: break acustici, mid-tempos, intermezzi tastieristici contribuiscono infatti a rendere “Alone in the End” un lavoro d’ampio respiro, vario e che decisamente non rischia di scadere nella noia totale. Tra le mie tracce preferite, vi voglio segnalare oltre all’opening track, “My Labyrinth”, la song più ricercata e differente del lotto e quella che prende anche maggiormente le distanze dallo swedish death; “Asymmetry”, roboante, frenetica, violenta e fresca come il vento di marzo nelle prime tiepide giornate di primavera. Questa in soldoni, la proposta di questi giovani ragazzi; non lasciatevela scappare! (Francesco Scarci)

(Fono)
Voto: 75