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domenica 15 ottobre 2017

Diana Rising - Stars Can't Shine Without Darkness

#PER CHI AMA: Deathcore/Metalcore
I Diana Rising sono un'altra band proveniente d'oltralpe, dedita questa volta ad un metalcore colmo di groove che rischierà di piacere un po' a tutti, giovani e vecchi, amanti degli estremismi sonori ma anche chi certe sonorità cosi corrosive, non le digerisce particolarmente. Una breve intro ci consegna il primo pezzo di questo 'Stars Can't Shine Without Darkness', "Piece by Piece", una song che mostra una struttura tipicamente metalcore a livello ritmico, ma che nelle sue ariose aperture melodiche, si rende appetibile appunto un po' a tutti i gusti. Non necessariamente un difetto sia ben chiaro, ma forse nemmeno un pregio perché alla fine rischia di non accontentare nessuno, se non i soliti fan del metalcore più intransigente. Io mi diverto però, mi faccio coinvolgere dalle ottime melodie dei nostri e anche da una pulizia tecnica affatto male. Il deathcore si mischia al sound dei nostri nella seconda "Get up and Try Again", con i suoi riffoni gonfi di rabbia, ma poi la seconda chitarra si lancia nell'elaborazione di melodie ancora una volta accattivanti e sempre pregne di energia. Poi ecco arrivare i classici ritmi sincopati, i rallentamenti da manuale e le accelerazioni spasmodiche in grado di generare un feroce mal di testa. Fortunatamente, i pezzi non durano poi molto, siamo su una media di tre minuti, quindi ci si può fare anche il callo di lasciarsi investire da un'onda anomala di suoni, atmosfere, montagne di riff, vocioni growl e urlacci hardcore, synth cibernetici e tonnellate di sagaci melodie. Notevoli in tal senso "Infinite Dimensions", la strumentale "The Void" che ci libera dall'eccessivo cantare del frontman (da migliorare questo punto, mi raccomando) e la più oscura e orientaleggiante "Cursed", le tre song che ho individuato all'interno di 'Stars Can't Shine Without Darkness', come le mie tracce preferite. I francesini ci sanno fare, ma suggerisco di staccarsi dai cliché di un genere che tende troppo ad autoreferenziarsi, si corre il rischio di essere troppo ridondanti. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 65

Next Step - Legacy

#PER CHI AMA: Alternative/Hard Rock, Alter Bridge
I Next Step sono un quartetto di Madrid che ha debuttato il 17 Marzo di quest'anno con l'album 'Legacy' per la label Rock Estatal Records. La band nasce però nove anni fa, quando i quattro elementi erano adolescenti ed il progetto era suonare cover divertendosi senza pensare troppo al futuro. Dopo qualche anno però, come spesso accade, la voglia di scrivere pezzi propri diventa forte e nel 2011 autoproducono il primo EP che riscuote un buon successo. Seguono due singoli, tra cui "Eternal", da cui è stato tratto un video che ha regalato visibilità ai Next Step che nel frattempo sono cresciuti musicalmente e non solo. 'Legacy' ha quindi la grande responsabilità di proiettarli verso la fama e notorietà oppure di affondarli e farli cadere nel dimenticatoio. La line-up ha subito nel frattempo vari cambiamenti ma il frontman Guillermo e la chitarrista Irene hanno mantenuto saldo il loro ruolo di mente e cuore del progetto. Il primo degli undici brani contenuti nel jewel case è "Wounds Become Scards", un brano convincente che si muove tra sonorità alternative/hard rock dalla ritmica pulsante e dotato di riff potenti. L'arrangiamento è ben fatto e ne scaturisce un brano solido e bilanciato tra allunghi e break dove non manca l'assolo di chitarra a coronare il tutto. La somiglianza con band del calibro di Alter Bridge e Black Stone Cherry è innegabile e ci fa capire l'amore della band spagnola per il filone rock americano. "Echos of a Life" si tinge di nero e tira fuori il lato più tenebroso del quartetto che si lancia in atmosfere post-grunge alla Puddle of Mudd e Creed, con il vocalist che dimostra il suo alto livello artistico. Guillermo infatti si destreggia benissimo grazie ad una buona estensione vocale e una timbrica fresca e grintosa in grado di trasmettere al meglio l'energia del brano. La sezione ritmica svolge appieno il suo ruolo regalando pattern coinvolgenti e allunghi che danno respiro alla canzone che può elevarsi verso l'alto fuggendo dalle atmosfere opprimenti. 'Legacy' rispolvera le radici hard rock della band di Madrid con passaggi acustici di chitarra che si alternano ad un ritornello graffiante e orecchiabile. Come detto prima, il lavoro di arrangiamento è ben fatto e l'utilizzo di accorgimenti come doppie voci non fa che confermare le impressioni iniziali su questo album. Irene si destreggia con stile e cognizione di causa con assoli da manuale che si sposano perfettamente con la sezione ritmica dell'eclettico frontman. Infine, la bonus track "Eternal" si merita di chiudere questo full length grazie al ruolo decisivo che ha avuto nel consolidare la posizione della band nella scena rock spagnola. La qualità audio del cd è molto buona ed insieme ad un mix in stile americano ci regalano un album che vale la pena di ascoltare, a conferma che il duro lavoro spesso ripaga. Anche se bisogna aver pazienza e dedizione. (Michele Montanari)

(Rock Estatal Records - 2017)
Voto: 80

sabato 14 ottobre 2017

Endless Sundown - Make Sense

#PER CHI AMA: Alternative Indie Rock, System of a Down, Muse
Si sa che io sia un grande supporter della scena francese, e quanto io la incensi per originalità, varietà ed elevata qualità, ma non sempre tutte le ciambelle escono col buco. Ecco arrivare gli Endless Sundown e il loro EP di cinque pezzi, intitolato 'Make Sense'. La proposta del combo di Lyon? È un alternative rock ruffiano che pensa di conquistarci con l'opener "Down the Rabbit Hole", una semi-ballad che mi fa storcere il naso per il suo abbinare momenti di dolcezza con altri più incazzati fuori luogo. Non mi convince appieno la voce del frontman, un ibrido tra il vocalist dei The Cult, Ian Astbury e un qualche cantante di band più orientata al versante pop rock (forse i Muse). Con l'attacco arrembante di "Dirty Feed" ero già pronto a rivedere la mia posizione nei confronti dei nostri, ma il fatto che durante le parti vocali, tutti gli altri strumenti sembra si assentino per farsi un riposino, mi disturba non poco, soprattutto perché il disco perde di ritmo e dinamicità. Certo che quando c'è da spingere sull'acceleratore, i nostri ci riescono con convinzione, forti di chitarre ruggenti e un frontman che sembra trovarsi più a proprio agio su tonalità alte che in un tentato growl presto boicottato. "A Need" è una song un po' piattina, che nulla aggiunge alla proposta della compagine transalpina, se non un discreto assolo conclusivo, poca roba però. "Homeless" è già più interessante per le sue altalenanti suggestioni sonore, sebbene il suono impastato delle chitarre mi convinca poco, mentre piuttosto notevole è il lavoro al basso e un cantato che per certi versi, mi ha ricordato i System of a Down. L'influenza dei SOAD ritornerà anche nell'ultima "Come(b)ack", una traccia oscura che risolleva le sorti di un disco che fatica tuttavia ancora a trovare una propria collocazione precisa nella scena. Da risentire con un album più strutturato. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 55

TarLung - Beyond The Black Pyramid

#PER CHI AMA: Stoner/Sludge/Doom, primi Cathedral
Ci siamo svegliati un po' tardi l'ammetto, e per un attimo ci eravamo quasi persi il secondo album degli austriaci TarLung, 'Beyond the Black Pyramid'. Il terzetto viennese torna alla carica, dopo l'EP 'Void' uscito lo scorso anno, con un lavoro mastodontico (66 minuti) di stoner-sludge intinto in una cupa salsa doom, uno di quegli album in grado di stritolarci nelle proprie spire ritmiche grazie ad un sound fosco e bieco. Lo fa però con eleganza il nostro combo viennese, con otto song (più intro) che ammiccano con le loro chitarre ultra distorte e ribassate (a supplire peraltro l'assenza del basso) ad uno sludge melmoso di stampo americano. È chiaro fin dalle note di "Dying of the Light", quanto nella successiva "Mud Town" (e se lo afferma già il titolo, c'è da fidarsi), in cui emerge il lato più stoner oriented della band austriaca. La voce del frontman Philipp è arcigna quanto basta, ma ben si colloca sul tappeto ritmico costruito dalla sua chitarra, dal suo socio alla sei corde Clemens e da un batterista, Marian, puntuale nei suoi attacchi, come un orologio svizzero (ops, mi perdonino i ragazzi). Una cosa che ho apprezzato molto durante l'ascolto del cd, sono stati quegli inserti di chitarra solista a spezzare la monoliticità di fondo di un album dotato di spessore, parecchio spessore, direi quasi paragonabile a quello di un muro di cemento armato di un paio di metri. Insomma se ci si schianta ad una certa velocità, si rischia anche di farsi parecchio male. E cosi capita anche durante l'ascolto di 'Beyond the Black Pyramid': i nostri provano ad edulcorare la propria proposta con qualche arpeggio delicato ("Kings And Graves", nella successiva "Resignation" e nella title track), ma i quasi dieci minuti di brano sono belli tosti da affrontare, soprattutto se i rimandi musicali (e vocali) mi spingono verso quel 'Forest of Equilibrium' dei Cathedral, che ha rappresentato un'influenza forte per tutta una serie di band venuta dopo quel mitico album. Dopo una simile scalata, ritrovarsi di fronte ad un pezzo come "The Prime Of Your Existence" non è assolutamente facile: altri undici minuti di sonorità lanciate al rallentatore ingabbiano la mente e i sensi, neppure ci fossimo fatti una bevuta del peggior mezcal di uno dei peggiori bar di Tijuana. Il sound dei TarLung arriva ormai annebbiato al cervello, distorto, estremamente compassato e a tratti lisergico. E non bastano gli interventi strumentali (peraltro ammantati da un'aura decadente) a ribaltare le sorti di un disco dalla forte e rigorosa connotazione sludge-doom. Un lavoro sicuramente interessante per gli amanti del genere, ma forse un po' troppo chiuso per chi non è proprio avvezzo a questo genere di sonorità. (Francesco Scarci)

(Black Bow Records - 2017)
Voto: 70

giovedì 12 ottobre 2017

Disco-Nected - Vision/Division

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Esce in questi giorni il secondo EP dei parigini Disco-Nected, 'Vision/Division' dopo il positivo 'Family Affair' uscito nel 2015. Il genere proposto dal power trio transalpino è piuttosto trasversale, riuscendo a convogliare nel proprio sound influenze derivanti da Foo Fighters, Pantera, Incubus, Kings Of Leon e Biffy Clyro, in una proposta certamente carica di grande energia. Lo si evince immediatamente col rifferama rabbioso ma stracolmo di groove di "Here to Stay", che accompagna la voce calda e ammiccante di Aziz Bentot in una song breve, melodica ed efficace quanto basta per catturare la mia attenzione. Nessuna invenzione particolare, zero orpelli stilistici, solo tanta voglia di divertire ed intrattenere i fan con melodie ficcanti, come accade nella seconda "Unity", traccia che strizza l'occhiolino anche ai System of a Down. Un riffone incazzato apre "Dead Inside", un'altra song da hit parade, che ha le qualità per intrattenere il pubblico con una ritmica più controllata e un cantato che per tecnica ricorda il frontman dei SOAD. Dicevo, non siamo al cospetto di chissà quale innovazione musicale, ma il dischetto si lascia ascoltare piacevolmente, complici anche tutti quei chorus che popolano l'EP. Ecco, avrei evitato la ballad della quarta traccia, "Waves and Lies", una palla da laccio emostatico al braccio che mi spinge a skippare all'ultima "The Wolf Returns", una song che mi spinge ad un headbanging sfrenato e che sancisce la conclusione di un lavoro che probabilmente non ha grandi aspettative se non far conoscere il proprio alternative rock ad un pubblico più vasto. Coraggio. (Francesco Scarci)

Worselder - Paradigms Lost

#PER CHI AMA: Heavy/Thrash, Pyogenesis
La Francia continua nella propria missione di produrre solide certezze: quest'oggi sotto con i Worselder e il loro mix heavy thrash unito alla brutalità dell'hardcore, cosi come dichiarato nel loro messaggio promozionale. In realtà nei solchi di questo 'Paradigms Lost', i riferimenti che ci sento sono molteplici. Partendo dall'opener "Infighting" infatti, non è cosi difficile percepire un sound che chiama in causa i Pyogenesis del periodo di mezzo, unito a sonorità hard rock che evocano invece i gloriosi anni '80, con dei riffoni che se stessero su un disco thrash death, nessuno avrebbe da che ridire. Insomma di carne al fuoco, avrete intuito, ce n'è parecchia e allora andiamo con ordine, visto che dopo il bell'assolo della prima song, ecco il suono di un didjeridoo a braccetto con la batteria, esordire nella title track a offrire un sound dapprima tirato e poi stracarico di groove in un'altalena inattesa di cambi di tempo, di umore e generi in un pezzo alla fine davvero convincente. Con "Seeds of Rebellion" torniamo a suoni più retrò che un po' mi fanno storcere il naso ma che in pochi secondi riescono a trovare comunque un loro perché: nell'hard rock di questa canzone ci sento addirittura un evidente e palese richiamo ai Pink Floyd di "Another Brick in the Wall". Ancora una bella ritmica granitica con "Idols" che si chiama in causa sonorità stile 'Load' dei Metallica e influenze più heavy, con la voce che si muove tra porzioni pulite, urlate in stile power, e momenti più ruvidi. Ribadisco, difficile collocare i Worselder in un genere ben definito, lo dimostra anche l'incipit "The Sickening" dove delle chitarre più graffianti trasformano la song in una sorta di semi-ballad che in pochi secondi avrà modo di regalare belle aperture melodiche colanti enormi quantitativi di suoni ruffiani che cattureranno la vostra attenzione quanto la mia, in quella che è la mia song preferita, soprattutto in un finale che ci ricorda che i nostri hanno suonato con gente del calibro di Dagoba, Gojira e compagnia cantanti. Ancora rock'n roll con "Severed", almeno nei suoi primi novanta secondi, poi i nostri si divertono a suonare un po' come diavolo gli pare, votandosi completamente all'anarchia di un suono sempre imprevedibile e con parecchio da dire, seppur siano palesi le innumerevoli influenze che arrivano da qualsiasi decennio degli ultimi 40 anni di musica. Bravi, perché non è proprio cosi facile e scontato coniugare cosi tanti generi in un flusso musicale che non vive evidenti momenti di stanca o cali di tensione. Nell'inizio di "Home of the Grave" ci sento anche gli Eagles che in pochi secondi si ritrovano a suonare death metal ed evolvono ancor più velocemente in un ibrido tra nu metal, metalcore e thrash metal. Bravi Worselder, non era facile portare a termine l'obiettivo che si erano prefissati senza cadere in tranelli pericolosi. Missione compiuta. (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/worselder

Paolo Spaccamonti & Paul Beauchamp - Torturatori

#PER CHI AMA: Sperimentale/Drone, Ulver
Paolo e Paul, due musicisti particolari, il primo torinese (ma di origini lucane), il secondo americano ma trapiantato nel capoluogo piemontese. Un album, due brani, "White Side" e inevitabilmente anche un "Black Side", a definire i due lati del vinile (in vinile rosso) e le due facce della stessa medaglia di un disco tutt'altro che facile da ascoltare. Una proposta musicale in cui s'incontrano due amici e le loro anime sperimentali che si traducono in questo condensato musicale intitolato 'Torturatori'. Non conosco la ragione di questa scelta, posso solo dire che il loro torturare in realtà si svela dapprima in raffinate linee di chitarra acustica di stampo neofolk coadiuvate successivamente da una svalangata di suoni apparentemente improvvisati che ci accompagnano per quasi quindici minuti di musica minimalista, ipnotica e surreale, un ambient dronico, un'ipotetica colonna sonora per un film come 'Blade Runner 2049' anche se verso il decimo minuto, i nostri tornano a lanciarsi in un altro oscuro arpeggio di chitarra. Una proposta quella del duo italo-americano, che per certi versi mi ha ricordato quello di t.k. bollinger, anche se l'artista australiano può vantare nelle sue composizioni, anche un cantato che qui manca totalmente. Pertanto, spazio alle chitarre, ai synth, ad atmosfere rarefatte e oniriche, soprattutto nella seconda song, in cui il suono della sei-corde è decisamente più ribassato, e molto più spazio viene concesso ai suoni cibernetici affidati ai sintetizzatori di Paul Beauchamp, qui emulo di quelle sonorità alla Vangelis che popolavano il primo 'Blade Runner'. Un disco alla fine parecchio sperimentale per le nostre orecchie e i nostri sensi, per quanto in realtà, i due musicisti non offrano proprio sonorità avanguardistiche. Un'esperienza simile all'ascolto degli album strumentali degli Ulver, un ascolto da provare in rigoroso silenzio e nel buio più assoluto. (Francesco Scarci)

domenica 8 ottobre 2017

Arkhon Infaustus - Passing the Nekromanteion

#PER CHI AMA: Black/Death, Morbid Angel
Di pochi giorni fa la mia riproposizione della recensione di quello che era l'ultimo lavoro degli Arkhon Infaustus, 'Orthodixyn': era il 2007, poi una decade di silenzio, in cui si sono rincorse più volte voci di cambi di line-up o peggio di scioglimento. Torna invece sorprendentemente con un EP nuovo di zecca, la band transalpina, fresca di un nuovo contratto con la Les Acteurs de L'Ombre Productions. Che botta ragazzi, il duo formato da DK Deviant e Skvm non ha di certo perso lo smalto dei tempi migliori ed è pronta ad assalirci con quattro song davvero arrembanti che risuonano imponenti nello stereo grazie ad un sound come sempre malvagio. Lo si evince dal litanico incipit affidato a "Amphessatamine Nexion", song monumentale per ciò che concerne la qualità e la potenza del suono erogato dal malefico duo parigino, che dopo un inizio volutamente timido e ragionato, esplode tutta la propria furia infernale attraverso un sound che chiama in causa ancora una volta i Morbid Angel, in un riffing terremotante sorretto dalla sontuosa performance di Skvm dietro alle pelli. E la prova del drummer (peraltro membro anche di Temple of Baal, Helel e The Order of Apollyon) si conferma anche nelle successive tracce. "The Precipice Where Souls Slither" è il classico black/death targato Arkhon Infaustus: sembra infatti che il tempo si sia fermato per Deviant e soci a quel 2007, in cui i nostri proponevano un sound oscuro, carico di un’aura misteriosa, ove inserire claustrofobici momenti doom e inquietanti atmosfere sataniche. E cosi pure fanno gli Arkhon Infaustus in questo 2017, con un suono contraddistinto da repentini cambi di tempo ('Blessed are the Sick' rimane un riferimento importante per l'act francese), scale ritmiche da urlo, vocals che si muovono tra il growl e lo screaming, tirate assurde di freno a mano e ottime aperture melodiche che individuano la seconda traccia se non come la mia preferita del lotto, sicuramente la più strutturata. Ombre doom danzano nell'inizio di "Yesh Le-El Yadi", traccia affascinante, che poi divampa in una militaresca porzione ritmica, che rallenta e accelera paurosamente in sgroppate di musica estrema, chitarre ruggenti e vocalizzi demoniaci. Un ritorno alla grande, certificato anche dall'ultima sperimentale "Corrupted Épignosis", oltre dieci minuti di musica strumentale al limite di funeral/noise/drone/avantgarde. Bienvenue à la maison! (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2017)
Voto: 75

sabato 7 ottobre 2017

Hexgrafv - Altare

#PER CHI AMA: Stoner/Doom, Cathedral, Black Sabbath
Con parziale incolpevole ritardo, mi appresto a recensire l'album di debutto degli svedesi Hexgrafv. L'album, uscito nell'estate del 2016, è infatti arrivato tra le mie mani solamente un anno più tardi; poi si sa, prima di recuperare dalle scorie delle ferie estive, passa sempre qualche mese. E cosi, ecco finalmente arrivare la recensione di 'Altare', un Lp votato interamente ad uno stoner doom che riflette tutti gli stilemi del genere. Cinque le tracce a disposizione del trio di Jönköping per dimostrarci le loro qualità assolute. Si parte dall'opener "Altar of Disease", song che dichiara apertamente l'amore dei nostri per sonorità di "sabbathiana" memoria ma anche che strizzano l'occhiolino agli esordi dei Cathedral, di quel 'Forest of Equilibrium' che ha dato nuova linfa vitale al genere. La song è parecchio lunga, quasi dieci minuti di suoni circolari, chitarroni doom, voci alla Ozzy e un sound psichedelico che si trascina pachidermicamente fino alla seconda "1347", una traccia che si apre con un parlato latino che sembra l'incipit di una messa con tanto di "nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo" e l'officiazione liturgica posta su di una base ipnotica che da li a poco tornerà a celebrare l'indomito spirito doom dei primi Black Sabbath e sfociare in uno spettacolare assolo di reminiscenza settantiana. Mancherebbero solo i celeberrimi "Oh Yeah" di Lee Dorian e poi il lavoro sarebbe perfetto per tutti coloro che amano queste sonorità e queste band. "Ma'arra" è decisamente più breve ma questo non significa sia meno efficace, anzi, funge da bel ponte tra la prima metà del disco e gli ultimi due pezzi del cd. Il muro ritmico eretto dai nostri è infatti assai granitico, soprattutto negli ultimi 60 secondi del brano, quelli che ci preparano a "Witchstone", il pezzo più lungo e oscuro del disco, visto che i primi tre minuti sono all'insegna di una fitta coltre di nebbia che si dipana poi lungo uno spesso minutaggio che paga ancora tributo ai maestri del passato e che pone gli Hexgrafv accanto ad un altro nome del presente, i polacchi Dopelord. La song comunque dimostra le caratteristiche vincenti del terzetto svedese, ossia quelle di coniugare il doom con un rifferama stoner accattivante, corredato poi da brillanti linee di chitarra solistica che si lanciano in fughe lisergiche che ci accompagneranno ancora con l'ultima strumentale "Drowning", un pezzo mastodontico che puzza di pesanti atmosfere funeree. Ben fatto ragazzi, per essere un debutto direi che siamo decisamente sulla buona strada, già pronti per ascoltare del nuovo materiale che magari nel frattempo è stato prodotto. (Francesco Scarci)

(Self - 2016)
Voto: 75

venerdì 6 ottobre 2017

Paganizer - Land of Weeping Souls

#FOR FANS OF: Oldschool Death Metal, Dismember, Grave
With an oldschool Swedish death metal sound and the experience to provide it, Paganizer brings the bassy and unhinged pummel reminiscent of bands like Entombed, Grave, and Dismember. Cavernous vocals, short thrashing guitar licks, prominent and cascading leads, and immense primitive snare rattling and bass stomping create the energy of a brisk naked scramble down the 'Left Hand Path' on the third day of a methamphetamine binge as the spiders start eating you flesh away.

The soloing at the end of “Dehumanized” is face-meltingly electric as it tears through a raucous rhythm that thrashes as much as it stomps to the slamming rhythm of a tribal drum. A bloody-knuckled fist of frustrated energy caged between the guitars, snare snaps against riffs in the hopes of escaping its strict confinement. Yet in the oldschool fashion of chaining the snare while allowing the bass pedals to take off running, there is no relent to the walls of harmonizing treble as guitars create staggering walls that no broken nail may scrape its way up. Screaming with such speed, the great catchy melodic opening riff to “Forlorn Dreams” is beaten into step by an intense uptick in snare hammering. The harmonious lead riff winds its way through this slowest and longest song on the album to create a cavernous backdrop for shrill soloing to complete the performance.

When it comes to this bass-heavy production, the lead guitar is very loud in the mix. With riffs that amble through dank corridors that Demilich so comprehensively explored, very samey movements in songs like “Soulless Feeding Machine” and “Prey to Death” become a downright annoyance when you realize that, despite all the personality of the early tracks, the rest of the catalogue is having a tough search for interesting ideas. Sadly, this is one of those albums that has a great start but can't sustain that freshness and momentum throughout a full-length. That is the unfortunate downfall of “Land of the Weeping Souls”. Sure, souls weep through every shade of sadness and despair in this album as the title track chokes out small solos and rhythms rail against their cage in thunderous cadences, but the momentum becomes a forced slog in the second half of this half hour. While there are moments in “The Bured Undead” with its rising solo, the rhythm is far less catchy than in “Forlorn Dreams” and, alongside “Soulless Feeding Machine”, sounds like a halfhearted attempt to grasp the power that “Forlorn Dreams” had hooked the listener in. Though the back catalogue of this album has its merits there aren't many truly momentous moments that propelled a song into its full tilt to strongly follow the forceful openers.

Paganizer's 'Land of the Weeping Souls' is a solid album from an obviously talented and experienced band. Its initial blast surely creates a destructive shock-wave. However, the wave tapers off, and though the back catalogue of Paganizer's “Land of the Weeping Souls” can still sate a Swedish death metal blood-thirst, it doesn't incredibly shake its way down to the fault lines that could move enough Earth to make one's suffering truly legendary. (Five_Nails)

(Transcending Obscurity Records - 2017)
Score: 70

https://paganizer.bandcamp.com/album/land-of-weeping-souls-death-metal-2

giovedì 5 ottobre 2017

Sum Of R – Orga

#PER CHI AMA: Dark/Ambient/Elettronica
Disco dalle atmosfere plumbee e rarefatte, basato su suoni profondi e ancestrali, crepuscolare e oscuro, questo è il nuovo lavoro degli svizzeri Sum Of R. Veterani della scena ambient/dark europea, dopo quattro album dalla loro nascita (2008) i nostri si concentrano in un album per appassionati del genere e per ricercatori di musica emozionale sulla scia di Dead Can Dance e Coil, un ambient sperimentale, dilatato e carico di suggestioni evocative (vedi Alva Noto oppure alcuni lavori sul catalogo della Ultimae Records). Piccoli suoni sparsi ovunque che creano composizioni cerebrali cariche di tensione esistenziali. Musica ai confini tra elettronica, ambient e rumori nella distanza, perfetta colonna sonora per film cervellotici ambientati nell'oscurità dello spazio più profondo. C'è il classicismo di Brendan Perry e i piccoli rintocchi ritmici dal sapore etnico, quel senso d'attesa e di infinito che si sviluppa in tutti i brani, gli Art Zoyd in un momento di piena oscurità. Difficile dire quale sia il brano più importante, poiché il disco va assaporato nella sua veste di soundtrack spirituale, perfetta per una elevazione della propria anima. Composizioni di alta qualità in ambito dark, nel segno del noir alla Dale Cooper Quartet di 'Metamanoir' e persino un riferimento alla perversa psichedelia musicale del David Lynch nei suoi più oscuri lavori. I brani sono corredati poi da una splendida produzione, musica da ascoltare in perfetta solitudine o nelle notti più insonni, album per veri cultori che sapranno cogliere e apprezzare il suo valore. Da ascoltare immersi nelle tenebre! (Bob Stoner)

(Czar of Revelations - 2017)
Voto: 80

https://sumofr.bandcamp.com/

mercoledì 4 ottobre 2017

Xanthochroid - Of Erthe and Axen Act I


#FOR FANS OF: Progressive/Symph Black, Emperor, Wintersun
"Epic" is a word that is overused and has become a bit of a cliché these days. This is especially true when describing metal music, and many people probably roll their eyes dismissively when it's used in reviews. However, I can't think of a better word to describe the world that California based Xanthochroid creates through their albums. Their progressive/symphonic black metal is cinematic, majestic, and enormous, the musical equivalent of a 10 book high fantasy novel series. Their short but growing discography constructs a world that's full of incredible detail and subtleties, in which new discoveries are made in every visit, and the latest installment 'Of Erthe and Axen Act I' is no different.

As you can probably guess from the title, this release is part one of a two part album, and continues the story of the brothers Thanos and Sindr that was started with the band's first EP 'Incultus'. 'Of Erthe and Axen' is about the brothers' competition for the love of the lady Vera, and the eventual conflict Sindr and his armies come intowith her people the Fendwellers, as he attempts to harvest the magical powers of the swamps they inhabit. There is battle, there are tender moments between Thanos and Vera, there is tragedy and sadness... it's a fully developed fantasy saga, ending with a cliffhanger that should be resolved when Act II is released later this year. Just like their previous album 'Blessed He With Boils', the liner notes include a detailed map of the world of Etymos where the story is set, and on the band's official site there is a section with lore and backstory to provide additional context.

Musically, Act I 'Of Erthe and Axen' conveys just as vivid and vibrant a narrative as the lyrics do, and the instrumental portion follows and supports the varying tone of the lyrics perfectly. Black metal I’ll admit plays more a supporting role in their arsenal of sounds here than it does in the band’s earlier works, but that is not a bad thing. When blast beats and tremolo riffs appear, it is to create emotional climaxes in the album’s flow, and when they do that it’s exhilarating. A variety of vocal styles appear on the album, from the soaring melodic lines and the Ihsahn-esque shrieks of extremely talented and versatile primary vocalist Sam Meador, to the beautiful and delicate singing of new band member Ali Meador (she provides the voice of Vera in the story), to the stunning choral sections that include the voices of all four members of the band. Distorted metal riffs share the spotlight with folky acoustic guitars, flutes, and complex orchestral arrangements in compositions that seems to take as much inspiration from film scores and 70’s progressive rock like Jethro Tull, Renaissance, and possibly Magma (particularly with the idea of multiple concept albums combining to tell a single huge story - Magma actually took this concept even further and used an invented language forthe majority of their work) as it does from more obvious metallic influences like Emperor, Wintersun, and Opeth.

The album opens with “Open the Gates, O Forest Keeper” an orchestral overturethat introduces several musical themes that will appear later on the album (which of course is the definition and purpose of an overture) before it builds to a swelling crescendo you would expect to lead into the first eruption of metal, but instead leads into a gently sung duet between the characters Thanos and Vera. As this pleasant second short track wraps up, you get the feeling that a storm is on the horizon for the characters, and that suspicion is affirmed by the dissonant and ominous guitar riff that opens the third track “To Higher Climes Where Few Might Stand”, the first epic metal track of the album. This song alternately winds through soaring yet tragic melodic parts and intense black metal passages as Sindr tells his brother Thanosof his conquests and exploits, and tries to convince Thanos to join him in his dark ventures. The song climaxes in an intricate and explosive instrumental section with guitar and orchestral interplay that reminded me of some of the instrumental fireworks on Emperor’s 'Prometheus' album.

The next song “To Souls Distant and Dreaming” takes a calmer and more nostalgic approach as the brothers reminisce about happier times, and there’s a sense of longing conveyed in the music. “In Deep and Wooded Forests of My Youth” is another mellow song, with acoustic guitar and pan flute providing the backdrop for more dialogue between Vera and Thanos, as she warns him through beautiful harmonies of the evil influence of his brother Sindr. This leads us to my favorite track of the album, “The Sound of Hunger Rises”, which opens with a gorgeous a cappella choral vocal section before progressing through five minutes of some of the most emotionally intense symphonic metal I’ve ever heard. The tempo in this song stays relatively slow as mournful string sections rain down over Meador’s alternating cleanly sung lines and blood curdling shrieks, while in the story Thanos finally succumbs to Sindr’s malicious influence. The final two tracks, “The Sound of a Glinting Blade” and “The Sound Which Has No Name”, then build and climax in majestic black metal fury, while the story climaxes in violence and tragedy in a way that I’m not going to ruin for you.

'Of Erthe and Axen Act I' is a meticulously crafted record, with an incredible amount of attention to detail and care put into every note. I would expect it to appeal to all kinds of fans of progressive and symphonic heavy music who aren’t put off by excessive grandiosity and fantasy subject matter, and who are not coming in with expectations that the record will be exclusively aggressive for the entire 44 minutes. It’s an album that will almost certainly take multiple listens to digest, but one that is highly rewarding if given the patience and attention it deserves. I’m finding it difficult to point out any negatives, but perhaps after the intensity of the first metal song “To Higher Climes Where Few Might Stand” the next two songs feel a little long-winded, and like they drag just a bit. Ultimately though, the executionand the sense of flow in both music and story is masterful, and I can’t wait to hear where Xanthochroid goes with Act II. (Jeremy Lewis)

lunedì 2 ottobre 2017

Krane - Pleonexia

#PER CHI AMA: Post Metal, Russian Circle Mono
La scena di Basilea e della Svizzera in generale, inizia a brulicare di band, grazie all'enorme lavoro di scouting che la Czar of Crickets e le sue suddivisioni stanno facendo sul territorio elvetico. L'ultima scoperta sono questi Krane, band formatasi nel 2012 e con all'attivo un primo album, 'Ouroboros' uscito nel 2013. Poi un silenzio durato ben quattro anni, rotto finalmente dall'uscita di questo 'Pleonexia' e dal consolidamento di una più stabile line-up. Il genere proposto è un post metal strumentale, ovviamente con tutte le sue sfumature ambient/post rock e la peculiarità di essere addirittura un concept album di carattere bellico. Il risultato? Notevole, senza alcun dubbio, anche per chi come me non ama i dischi privi di una porzione vocale, anche se qui sarà attenuata dalla presenza di parti parlate. Il ritmo dopo l'intro si fa subito incalzante, i chiaroscuri delicati, i saliscendi memorabili: vi basti ascoltare la meravigliosa "I: Strategic Level", rimarchevole per i suoi suoni, per il riverbero delle sue chitarre, per le celestiali melodie, per quel suo mood malinconico ed autunnale che affiora nei suoi larghi spazi ambient. Un disco in bianco e nero, assai raffinato che mi sento di suggerire a tutti coloro che amano band quali Russian Circle o Mono, ma anche Isis o Cult of Luna, visto che i chitarroni più pesanti pescano a piene mani dai gods del post metal. Non mancano gli intermezzi elettronici corredati da spoken words ("Destabilisation") e da una musicalità che richiama le colonne sonore di Hans Zimmer (quello di 'Inception' o de 'Il Codice Da Vinci' per intenderci). "II: Operational Level" è una song di dodici minuti, avvolta da una tribalità militaresca accompagnata da tonnellate di riff post metal, che trovano una prima pausa a metà brano, grazie alla comparsa di spoken word e che poi tornano a macinare corpose linee di chitarra affiancate da atmosfere sognanti. Forse un po' troppi dodici minuti, ma sicuramente il suono circolare che emerge dalle note della track, trova comunque il suo perché. Il riffing si fa più mastodontico nella quinta "III: Tactital Level", song seppur più breve, ma di grande impatto strumentale. Tuttavia devo ammettere che quel quid che mi aveva particolarmente entusiasmato nella prima vera song dell'album sembra un po' scemare nel corso del disco. Ma parliamoci chiaro, se l'inizio del cd viaggiava su altissimi livelli, qui ci siamo assestati su una qualità comunque davvero buona. La traccia, a parte l'incipit urticante, nella sua seconda metà si affida a toni ben più compassati, anche se poi gli slanci energici non si faranno mancare negli ultimi due minuti del brano. "Combat" sembra essere la continuazione della precedente, con quel suo ritmo tirato ma con una durata alquanto striminzita (meno di due minuti). A chiudere 'Pleonexia' ci pensa l'ambient/noise di "Aftermath", con quel suo surreale dialogo che sembra essere la trasmissione di coordinate di guerra per l'abbattimento di un qualche obiettivo militare. I Krane alla fine hanno partorito un buon album, che sicuramente ha ancora qualche spigolatura da smussare ma che certamente avrà modo di incuriosire frange di fan di qualunque genere. (Francesco Scarci)

(Czar of Crickets - 2017)
Voto: 80

https://www.facebook.com/kranepost/

domenica 1 ottobre 2017

Grift - Arvet

#FOR FANS OF: Depressive Black Metal
Eric Gärdefors' anguished and depressive black metal project, Grift, continues in its smooth, intimate, and captivating approach with another desperate cry into the untamed wilderness. The lonely house that Grift built, residing twixt the trees of a desolate forest and lying unlit under an ashen sky, is the prison of an isolated mind that dwells on the inherent insignificance of existence while awaiting inevitable demise.

Folksy acoustic guitars with pattering traditional drums, wailing cries both high and low, and a dive into the fury of fleeting black metal riffs characterize “Flyktfast”, Den Stora Tystnaden”, and “Utdöingsbygd” as genuine and significant standard metal affairs among a catalogue of introspective and disillusioned lyrics. After two minutes of a desolate and creeping intro, where the serenity of a quiet resonating cymbal tolling between creaks of wood is interrupted by distant cries, a barking dog, and a drop into Grift's most energetic song on this album, “Glömskans Jrtecken” harnesses its lonesome atmosphere in a tumble of emotions. The relentlessly kicking rhythm buffets long, drawn out guitars that longingly ring like organs, yearning to recapture a long lost mental state, stuck in a fleeting moment that is impossible to hold onto after conjuring a shadow if itself in retrospect. Lyrically, the song describes the somber revelation that memories merely malform over time. Through an easily-convinced naivete, minds that sought signs of the 'urkraft' or primordial force that has awakened mankind's cognition were simply imagining, never witnessing the spirits manifesting themselves in the greatness that so deluded such a once-impressionable youth.

The avant-garde moments of this release make up the majority of “Morgon På Stromshölm”, with its four minutes of birdsong, cymbal tinks, and a grating violin taking over the final minute of the track. “Nattyxne” embraces its desolation to drag the guitars through begrudgingly beautiful tones while assuring the listener that, despite all the pleasing sounds and picturesque landscapes it conjures, the tone of this album remains firmly entrenched in its dispirited disposition. Emotionally impactful, Grift's 'Arvet' is an unheard cry for help as the production fills the air with the moisture of falling tears and mesmerizing melancholic measures. The understated intensity of this album, lurking in the shadows before pouncing in “Utdöingsbygd”, creates a reversed rhythm crushing its own heart and wallowing in its self-absorbed misery while maintaining a firm grip on the desolate black metal structure that culminates in the swing of tremolos and blasts. (Five_Nails)

(Nordvis Prod - 2017)
Score: 75

https://nordvis.bandcamp.com/album/arvet

Khoy - Negativism

#PER CHI AMA: Punk/Post Hardcore
I Khoy sono una band divisa tra Torino e Biella, affiliata alla scena punk/hardcore, che ha rilasciato questo EP digitale di cinque pezzi durante l'estate. Le coordinate musicali di 'Negativism' si affidano a sonorità dissonanti che solo nel loro approccio incazzato e rozzo ci potrebbero ricondurre al punk. La opener "My Love For You Is Like A Truck Berserker" sembra più un pezzo che ammicca allo shoegaze mentre è con la seconda "Tapeworm" che si scorgono le influenze più datate della band, anche se le linee scorbutiche di chitarra evocano band più avanguardiste (penso ai Virus), ma con la classica impostazione vocale del genere si perdono i retaggi più raffinati della band, che emergono alla fine in inattesi break acustici. La velocità di "Misleading Existence For Fancy Thinkers" potrebbe ricondurre ad un ipotetico ibrido tra math e post black in salsa punk, ma poi la band si diverte tra chiaroscuri efficaci che rendono la proposta dei Khoy appetibile anche per chi non si ciba quotidianamente di post punk, come il sottoscritto. Quindi non posso far altro che lasciarmi trasportare dalle melodie oscure ed affascinanti del quartetto piemontese, dalla disperazione vocale di "Whorehouse" e da quel senso d'inquietudine che permea l'intero lavoro dell'act italico. Un bel bestemmione (io avrei evitato, è più un approccio da teenager per farsi notare) apre l'ultima traccia del lotto, "That One Time I Got Drunk Before 2 p.m.", una song bella tirata che probabilmente più si avvicina ad un'impostazione moderna del punk/crust/posthardcore e che forse mi risulta più indigesta. Alla fine 'Negativism' è un lavoro che merita un ascolto in quanto si fa notare per diversi spunti interessanti che non faranno la gioia dei soli fan punkettoni. (Francesco Scarci)

venerdì 29 settembre 2017

Baroness - Red Album

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Stoner/Sludge, Mastodon, Isis
Sono passati esattamente dieci anni dal debutto degli statunitensi Baroness (dopo due ottimi EP dello scorso anno). Era il 2007 quando ci fu infatti l’esordio di questa band proveniente dalla Georgia, che fu un vero fulmine a ciel sereno per il sottoscritto. Undici tracce di suoni a cavallo tra sludge, stoner rock, psichedelia e death, che facevano ben sperare per il futuro di quest’entusiasmante band. Si parte alla grande con “Rays on Pinion”, song che delinea, dopo una lunga suggestiva intro, la direzione musicale intrapresa dal combo di Savannah: influenze derivanti da Isis e Mastodon in prima linea, coadiuvate dall’insana follia dei Neurosis, contraddistinguono infatti 'Red Album'. La successiva e ammaliante “The Birthing” ci mostra il connubio possibile tra il southern rock’n roll e il death metal, passando attraverso ipnotici e conturbanti passaggi doom. L’album continua a crescere di intensità anche con le successive “Isak” e la lisergica “Wailing Wintry Wind”, mostrando come sia intelligente riutilizzare linee di chitarra vecchie ma assi catchy, di 30-40 anni fa (di scuola Led Zeppeliniana per capirci), in un contesto moderno e più duro. Stupendo poi l’intermezzo folky “Wanderlust”, un vibrante arpeggio di un paio di minuti che spiana la strada a “Cockroach En Fleur” e alla seconda parte del disco, forse più intricata e di difficile ascolto. Rock, swing e un groove pazzesco si plasmano alla grande con la durezza dello sludge/stoner; ottima la performance vocale di John Baizley, una specie di ibrido tra Ian Astbury dei The Cult e il vocalist dei Mastodon. Eccezionale anche la prova del drummer Allen Blickle (ascoltatevi l’altro intermezzo “Teeth of a Cogwheel”), potente, preciso e creativo. Che grande debutto per una band dal futuro “oscuratamente” luminoso... (Francesco Scarci)

(Relapse Records - 2007)
Voto: 85

https://baroness.bandcamp.com/album/red-album

Ungraved Apparition – PULSE_0

#PER CHI AMA: Dark/Death/Black, Lifelover
Capitanati da una voce dal potere terrificante, la band russa degli Ungraved Apparition approda al suo primo full length attraverso Grimm Distribution/Satanath Records, in forma strabiliante. Un death metal di vecchia scuola, rallentato sulla falsariga di un sound di matrice doom caratterizzato da un'attitudine malata in odor di suicide black metal. Il suono seppur glaciale cede spazio alla melodia mantenendosi comunque ruvido nella sua corposità e nelle vocals, che non lasciano spazio a voci pulite. Come nel migliore degli incubi, con l'ascolto di 'PULSE_0' ci si immerge brano dopo brano in un vortice di emozioni orrorifiche, perverse e depressive, che ammaliano e catturano l'attenzione di chi ascolta. Un concept incentrato su una sorta di viaggio tra la vita e la morte di pazienti all'interno di un ospedale, dove chirurghi dallo humor nero e dal sadico sarcasmo, operano su pazienti inermi che ancora devono capire se il loro destino sarà giacere in eterno tra buio e umidità o se sperare in una salvezza dell'anima. Suoni sinistri, quadrati, potenti, composizioni originali e fantasiose, spesso anticipate da interludi che ne aumentano il tono dark, maligno e perverso. Per comodità, sottolineerei i primi tre brani del disco, a dir poco memorabili. Un ruolo fondamentale poi lo gioca, come detto, la performance del vocalist Damned che canta con una voce abrasiva ed in lingua madre (almeno presumo dai titoli) ottenendo splendidi risultati, calcando sempre pesantemente la mano su atmosfere oscure e presagi a dir poco spaventosi. Belle le aperture chitarristiche di matrice primi Paradise Lost cosi come buona è la produzione del disco, ideale per il tipo di prodotto, con quei suoi inserti d'atmosfera che ricordano band come Psychonaut 4 o Lifelover. La copertina tende ad indirizzare l'ascoltatore verso ambienti più duri del tipo grindcore o brutalcore, rivelandosi altresì ingannevole ma comprensibilissima se si conosce l'intento tematico dell'opera. Uno stile particolare, un modo di intendere il dark metal assai originale, un lavoro cerebrale e affascinante in tutta la sua drammaticità. Ottimo album! (Bob Stoner)

giovedì 28 settembre 2017

Cruel Experience - Lives of Ugly Demons

#PER CHI AMA: Psych/Stoner/Punk, Sonic Youth
I Cruel Experience sono Efisio (voce/chitarra), Nicola (chitarra), Andrea (Batteria) e Thomas (basso e voce), nascono a Lucca nel 2013. Hanno all’attivo un doppio Ep, 'Save the Nature, Kill Yourself' e un singolo raccolto nello split '70s, 80s, 90s Suck Split'. Questo 'Lives of Ugly Demons' (L.O.U.D.) è il loro vero album d'esordio; dopo una bella gavetta nella scena locale i quattro musicisti decidono infatti di appoggiarsi alla cordata di label formata da Santa Valvola Records/Annibale Records/Brigante Records & Productions/Dadstache Records, per fare il tanto desiderato salto di qualità. Il cd si presenta in un digipack rosso con una grafica in chiave horror anni '70 misto a fumetti con un look che richiamano il secolo scorso (mamma mia, sembra una vita fa). I testi delle sette tracce sono stampati su un flyer/poster a parte che fa gongolare chi come me, adora leggere per cogliere a meglio il lavoro delle band. "Highway Of Lies" è il brano in apertura che ci scaraventa nel mondo punk/psichedelico/grunge dei nostri amici lucchesi, ove l'inizio è dominato da un basso che rotola minaccioso come nei migliori brani stoner, poi con l'arrivo di chitarre e batteria, il brano si trasforma. Il cantato richiama le atmosfere punk inglesi mescolato a riff più grossi che si spezzano dopo poco per un lungo break psichedelico pieno di riverbero e grandi spazi metafisici. Verso la fine il pezzo riprende il tema iniziale accelerando vorticosamente e arricchendosi di un assolo leggermente dissonante che lascia senza fiato l'ascoltatore dopo oltre sei minuti di canzone. Riprendiamo con "Loud" e cambia l'approccio mantenendo questa volta il punk come genere di riferimento per il ritornello, ma che si veste anche di atmosfere new wave nella strofa. Il tutto si svolge in meno di tre minuti mascherati da una patina di ironia che denuncia il malessere urbano ed esistenziale, il tutto riflesso nei suoi arrangiamenti rabbiosi. I Cruel Experience si autodefinisco fuori dagli schemi e non possiamo che dar loro ragione: quando attacca "Bite the Light" infatti veniamo rapiti dal riff introduttivo sospeso tra psichedelia e grunge. Un brano poliedrico, fatto di stacchi lenti e accelerazioni che verso i tre quarti s'incupisce per poi esplodere in una cacofonia isterica e furibonda. "Help me Wizard" è degna di una band avvezza al doom più lisergico che ricorda lunghe notti passate sotto le stelle a ballare furiosamente intorno ad un falò gigantesco, con scintille che salgono al cielo come anime che trasmigrano ad un livello superiore. Tanta energia, basso e batteria sgomitano impazziti mentre le chitarre si destreggiano tra riff e arrangiamenti che strizzano l'occhio a band di vecchia data. Un gran bell'album che attinge a piene mani dalla scena internazionale punk/rock/noise, rivisitando quello che Sonic Youth ci hanno insegnato e creando un proprio mix che ammalia il nostro io interiore. Lunga vita ai Cruel Experience, che possiate regalarci altre piccole e fantastiche perle come questo 'L.O.U.D.'. (Michele Montanari)

(Santa Valvola Records/Annibale Records/Brigante Records & Productions/Dadstache Records - 2017)
Voto: 80

https://cruelexperience.bandcamp.com/album/lives-of-ugly-demons

The Pit Tips

Francesco Scarci

Mesmur - S
Distant Landscape - Insights
NevBorn - Daidalos

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Matteo Baldi

Breach - It's me God
Pink Floyd - A Saucerful of Secrets
Om - Pilgrimage

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Alberto Calorosi

Motorpsycho - The Tower
Julie's Haircut - Our Secret Ceremony
We Hunt Buffalo - We Hunt Buffalo

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Five_Nails

Akercocke - Renaissance in Extremis
Car Door Dick Smash - Dong Mangler EP
Inverted Serenity - Integral

Since the Flood - No Compromise

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Hardcore, Terror, Hatebreed
Alla Metal Blade credo che gli siano serviti parecchi anni prima di rendersi conto che avevano rotto i coglioni con tutto il metalcore che hanno proposto. Ho ascoltato centinaia di band dedite a tale genere proveniente dall'etichetta tedesca; quelle che avevano effettivamente qualcosa da dire, di non scontato intendo, si contavano sulle dita di una mano. I Since the Flood stanno nel calderone di gruppi un po’ piattini, di quelli in cui le parole personalità, originalità e buon gusto, non sanno dove siano di casa. Mi spiace stroncare sin in apertura un lavoro di questo tipo ma, 12 brani, per mezz’ora di musica, non giustificano assolutamente l’acquisto di tale cd. Mi veniva da ridere leggendo commenti del tipo che i Since the Flood potessero essere i nuovi emuli degli Slayer; una cosa è certa, erano (si sono infatti sciolti l'anno dopo questa porcata) sicuramente anni luce lontani dalla band di Tom Araya e soci, sia per il sound proposto che per la velocità d’esecuzione. Questi ragazzi suonano, infatti, un metalcore figlio delle ultime tendenze, un mix tra sonorità alla Hatebreed e Buried Alive. Pezzi brevi, semplici, diretti, tipicamente hardcore si stampano sulle nostre facce, garantendoci 30 minuti di selvaggio headbanging e niente di più. I brani poi si assomigliano inevitabilmente un po’ tutti; alcuni sono identificabili per qualche raro rallentamento, in grado di assicurarci un attimo di tempo per riprendere fiato. Gli ossessionati dell’hardcore diano pure un’ascoltatina, gli altri si astengano. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2007)
Voto: 50

https://www.youtube.com/watch?v=Cxf3wX0Yu-U

Nile - Legacy of the Catacombs

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Techno Brutal Death
Per chi conoscesse poco dei primi quattro album dei Nile, la Relapse Records rilasciò nel 2007 'Legacy of the Catacombs', raccolta “best of” per la band statunitense che includeva brani provenienti da 'Amongst The Catacombs of Nephren-Ka', 'Black Seeds of Vengeance', 'In Their Darkened Shrines' e 'Annihilation of the Wicked', oltre ad un bonus DVD con tre video ufficiali, “Execration Text”, “Sarcophagus” e “Sacrifice Unto Sebek”. Cosa però dire di una band, che solo pochi oramai non conoscono e che in vent'anni è diventata la numero uno nel panorama metal estremo? La raccolta pesca qua e là nella discografia dei nostri, mostrando la loro evoluzione sonora, ossia il cammino che dalle rive del Nilo li ha portati fino alle porte dell'inferno. Gli esordi dei nostri, e intendo quindi brani come “Barra Edinazzu”, “Howling of the Jinn”, “Masturbating the War God” e “Black Seeds of Vengeance”, sono caratterizzati dal famoso stile egizio, fatto sì di brutalità, ma con quegli intermezzi atmosferici legati alla tradizione egizia, che li ha resi famosi nel music biz. Man mano che progrediamo con le produzioni più recenti della band, il sound si indurisce ulteriormente (come se ce ne fosse stata la necessità), abbandonando quasi del tutto quei tipici fraseggi orientali che caratterizzavano il sound del trio americano, lasciando il posto ad un ultra tecnico brutal death, che nel mondo non credo abbia rivali. I tre video invece? Beh, sono tutti da scoprire... Se siete dei fan della band, immagino che i loro dischi li abbiate tutti; se invece siete dei novelli deathsters, beh qui potreste aver modo di capire di che pasta sono fatta i Nile. Al mondo non esistono rivali. (Francesco Scarci)

(Relapse Records - 2007)
Voto: 75

https://www.facebook.com/nilecatacombs

Owun - 2.5

#PER CHI AMA: Kraut Rock/Cold Wave/Noise
Percepirete ovunque sconquassamenti noise, marcatamente industriali, ammiccanti a certa avant-garde krautofila anninovanta-e-persino-oltre ("Araignée", ma pure le white-noise roboanze di "Frost", la noiosa luccicanza extraterrestre della conclusive "Raison") sovente collimati da una impellente ricerca del climax (il motorik di "I.A.", in apertura, lieviterà fino ad auto-dissolversi in un prevedibile deliquio noise, fate attenzione agli occhi) di chiara ispirazione post-rock-anni-inizio-duemila-e-persino-prima, alla Mogwai, giusto per intenderci (sentite l'intrigante, sebbene un filino dilungante, "Tom Tombe"). Le reminescenze '80s si conglomerano imprescindibilmente e inevitabilmente attorno ai primi Sonic youth ("All of Us"), ai King Crimson più Discipline-ati (il corpus di "Foul"), o ancora la wave ("Orange") barra no-wave ("Post", di nuovo "Foul", ma solo nell'industrioso finale, ossessivo e circolare). Un album egualitario e magnetostatico, intrigante, cerebrale eppure analogamente viscerale. Ascoltatelo attentamente, sorseggiando un gustoso cocktail balneare a base di di psilocibina e idrolitina. (Alberto Calorosi)

mercoledì 27 settembre 2017

Persona - Metamorphosis

#PER CHI AMA: Symph Metal, Epica
Ci eravamo lasciati lo scorso anno con il loro album d’esordio, 'Elusive Reflections', che aveva rivelato le potenzialità della band, improntandosi su un solido power-symph, gradevole seppur non esageratamente innovativo. Quest’anno i tunisini Persona si ripresentano con il loro nuovo lavoro in studio, il full-length 'Metamorphosis'. E avvertiamo subito un aggiustamento di tiro rispetto al precedente lavoro: seppur più caratteristico nelle scelte stilistiche, il primo album presentava al suo interno qualche avvertibile fragilità. Con 'Metamorphosis' invece approdiamo indubbiamente ad un operato di più ampio respiro, frutto di scelte studiate e composizioni ben curate. A partire dal clavicembalo di “Prologue”, assistiamo al crescendo complessivo del disco, seguendo le fasi di questa metamorfosi fino al suo culmine, la liberazione, l'epilogo affidato a “The Final Deliverance”. All’interno di questi 12 brani si può notare tutta l’evoluzione compositiva e tecnica effettuata dalla band. Le continue oscillazioni e i repentini passaggi di Jelena Dobric dalle tonalità più soavi alle potenti linee di growl, si fanno leit-motiv dell’intero disco. Si avverte come la cantante afferri decisamente le redini dell’ensemble, ricamando le liriche sull’alone gothic di oscure atmosfere che avvolgono l’album fin dalle prime note. Pad e soprattutto organi sono determinanti in questo caso, frutto di un pregevole lavoro alle tastiere. Notevoli sono i numerosi passaggi squisitamente tecnici, caratterizzati dalle continue alternanze di tempo, che condiscono l’opera, altro esempio della migliorata qualità compositiva del gruppo. Frequenti sono anche le decise e spregiudicate accelerate, guidate da un drumming imperioso, sviluppando una fragorosa potenza che spezza i più pacati equilibri melodici. Ritroviamo in 'Metamorphosis' anche diversi richiami al primo album, con sonorità e passaggi “esotici”, sfruttando particolari scale musicali che conferiscono quel tratto “orientaleggiante” ai brani (per esempio in “Hellgrind”). Sul finale da segnalare un pezzo in puro stile Epica, profondamente melodico e atmosfericamente curato, “The Seeress of Triumph”, prima della traccia in chiusura già citata, “The Final Deliverance”. Quest'ultima alleggerisce nettamente i toni rispetto al resto, in quanto si trova dover simboleggiare la salvezza finale dell’essere dopo questa serie di trasformazioni. Che dire, quest'ultimo disco dei Persona è indice dell’impegno e della dedizione che questi ragazzi hanno impiegato per migliorarsi sotto molteplici aspetti. Un risultato che premia gli sforzi, poiché la qualità dell’album di debutto viene ampiamente superata e deve fungere da incoraggiamento per la band, intrepida ed insolita portavoce del metallo nell’Africa Nord-occidentale, a fare ancora meglio per gli anni a venire. (Emanuele Norum Marchesoni)

martedì 26 settembre 2017

Non Human Level - S/t

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Thrash, Darkane
Attenzione, questo album è una bomba, maneggiare con cura!!!! Dovrebbe sicuramente riportare queste indicazioni la custodia esterna di questo cd, che per chi non lo sapesse rappresenta il side project di Christofer Malmström, chitarrista dei Darkane. Il cui presente cd racchiude infatti, le idee mai espresse da Christofer fin dal debutto del ’99 della sua band madre. Così, accompagnato dall’ex bassista dei Meshuggah, Gustaf Hielm, dal suo fido compagno nei Darkane, Peter Wildöer (alla voce) e dal batterista della band di Devin Townsend, Ryan Van Poederooyen, Christofer ha dato vita al progetto Non Human Level, dal titolo di una canzone della sua band precedente, gli Agregator. I quattro baldi ragazzoni suonano un’esplosiva miscela di death/thrash con chiare influenze di matrice scandinava unita al dinamitardo thrash stile Bay Area e ad un certo techno death “made in Florida” (Death e Atheist vi dicono nulla?). Questo album si abbatte sulle nostre teste come una scure affilata, maciullandoci le ossa e spingendoci all’headbanging più frenetico, ma allo stesso tempo, è anche in grado di stupirci con trovate sorprendenti come l’utilizzo di un organo da chiesa in “Istincts”o il riarrangiamento di una tipica ballata folk svedese in versione metal o ancora, con intermezzi di chitarra acustica. Ma ciò che vi balzerà immediatamente alle orecchie, così come è accaduto al sottoscritto, è l’eccellente livello tecnico-stilistico dei musicisti, udibile soprattutto nelle debordanti ritmiche e nei talentuosi guitar solos, a cura dello stesso Christofer, responsabile, tra le altre cose, anche dell’eccellente produzione presso i Not Quite Studios di Helsingborg. Bravi e decisamente intensi, i Non Human Level sicuramente potranno piacere ad una vasta schiera di metallari, da quelli più intransigenti, legati al puro death agli amanti delle contaminazioni, fino ad arrivare ai fans più legati ad Iron Maiden ma anche Dream Theater. Ragazzi non esitate un solo secondo nell’ascoltare quello che è stato l'unico lavoro di musicisti che sanno sicuramente il fatto loro. Sorprendenti, brutali, melodici, veloci, ultra tecnici ed emozionanti, questi sono i Non Human Level. (Francesco Scarci)

Erupdead - Abyss of the Unseen

#PER CHI AMA: Brutal Techno Death
Sono rimasto un po' stupito di fronte a questa uscita della Czar f Bullets, death metal nudo e crudo per una band alquanto datata nella scena svizzera. Si tratta dei basilesi Erupdead, in giro dal 2007 e con all'attivo un EP, uno split con i Total Annihilation, e che con questo 'Abyss of the Unseen', raggiungono i due full length nella loro discografia. Del genere abbiamo già detto, un ferale death metal che si evolve lungo le nove tracce contenute, che partono peraltro all'insegna della melodia accattivante di "Fucked Up", una traccia che poi ci spara in faccia tutta la propria furia tra sgroppate infauste, frustate ritmiche e qualche buona apertura carica di groove in stile Dark Tranquillity. Il tiro si fa ancor più incendiario con la seconda "Guns and Roses" (buffa la scelta di questo titolo per una song cosi incazzata) e forse ancor di più con la frenetica "Temple of Baal", dove le voci si palesano sia in growl che con un arcigno screaming. Il problema di fondo dell'album però è che non trovo abbia granché da dire in un genere che in trent'anni credo che abbia esplorato in lungo e in largo tutto lo scibile musicale e che 'Abyss of the Unseen' alla fine arrivi fondamentalmente fuori tempo massimo. Non posso negare che non ci siano cose discrete: il solismo di "Bolon Yokte 'K' uh" non mi dispiace affatto, cosi come l'approccio doomeggiante di "Me First: The Gentleman" che ritornerà anche nella conclusiva title-track. La ricerca di una maggiore forma di originalità ha prodotto "Private Rearmament", una song in cui accanto al grugnito di Sebbi, compaiono anche delle spoken words su un tappeto ritmico come sempre devastante ma che spiccano anche per una certa ricerca in fatto di melodia. Si continua a pestare con "Unhumanizer", una song che mette in luce il lavoro alla sei corde da parte delle due asce, cosi come il mostruoso e dispendioso armeggiare dietro alle pelli di Atz, che sicuramente premiano a livello tecnico le capacità della band. Il resto? Normale amministrazione all'insegna di un death pirotecnico e brutale che tuttavia necessita di una spinta addizionale per poter emergere dalla massa. (Francesco Scarci)

(Czar of Bullets - 2017)
Voto: 65

https://www.facebook.com/erupdead/

lunedì 25 settembre 2017

Susperia - Devil May Care

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash, Testament
Dei Susperia si è un po' perso le tracce da parecchi anni: andiamo allora a scavare nel passato, tornando al 2005 quando, dopo aver pubblicato lo 'Unlimited', la band norvegese capitanata da Tjodalv (ex batterista dei Dimmu Borgir) pensò di dare alle stampe ad un EP, che includeva “Devil May Care”, già contenuta nel precedente lavoro, una nuova song e alcune cover di WASP, Death e A-Ha, nonché due video, screensavers, wallpapers e altro materiale succulento. Abbandonate definitivamente le influenze death black degli esordi e come sentito nel precedente full length, abbracciato il sound thrash di Chuck Billy e soci, i Susperia ci sparano già in apertura la track “Venting the Anger”, brano che potrebbe stare tranquillamente su un qualche lavoro dei Testament. A seguire “Wild Child”, song originariamente scritta da Blackie Lawless e Chris Holmes, suonata discretamente dai ragazzi norvegesi. E ancora, la traccia che dà il nome al mini CD, che come già detto ripercorre le orme dei Testament, grazie anche alle vocals di Athera molto vicine a quelle di Chuck e alla coppia di asce che hanno preso in prestito qualche riff dalla discografia della band di San Francisco. La quarta traccia ci riserva un doveroso tributo ad uno dei mostri sacri della scena death, Chuck Schuldiner: dall’album 'Human', i Susperia estrapolano la magnifica e devastante “Lack of Comprehension” e la risuonano in modo molto simile all’originale senza alcuna sbavatura. Devo ammettere che un brivido mi ha percorso il corpo riascoltando questa song e ripensando al grande Chuck. La sorpresa più grande di questo MCD sta nell’aver scelto di coverizzare una classica song anni ’80 degli A-Ha, “The Sun Always Shine on TV”, completamente rivisitata in classico Susperia style cioè con granitici chitarroni e voci aggressive. Ottima e bombastica la produzione a cura di Marius Strand presso gli omonimi studios di Oslo. Per quanto riguarda i due video poi, posso aggiungere che si tratta dell’inquietante clip di “Chemistry” e del live di “Devil May Care”, registrata all’Inferno Metal Festival nel 2004. Per i collezionisti della band. (Francesco Scarci)

(Tabu Recording - 2005)
Voto: 70

http://www.susperia.net/category/news/

Dethrone the Sovereign - Harbingers of Pestilence

#PER CHI AMA: Deathcore/Djent, Fallujah, The Contortionist, The Faceless
Non sono un fan del deathcore, ma ho sempre pensato che se una band sia in grado di suonare bene il genere (i Fallujah ad esempio), me ne potrei innamorare. Ecco quindi ritrovarmi tra le mani il lavoro dei Dethrone the Sovereign, sestetto proveniente da Salt Lake City che proprio verso i già menzionati Fallujah, volge il proprio sguardo, puntando ad un sound progressivo, sicuramente aggressivo, in grado di chiamare in causa parallelismi anche con realtà più votate al djent. E il risultato è questo sorprendente 'Harbringers of Pestilence', album che si sviluppa lungo nove tracce che, partendo dal deathcore ispirato di "Era of Deception Pt I", si snocciola poi attraverso il sound più articolato e strumentale di "Era of Deception Pt II" che strizza l'occhiolino a Cynic e The Contortionist, per quella forte componente jazz progressive insita nella loro musica (che qui ritornerà anche negli incipit di "Torch of Prometheus" e "The Eternal Void"). E questo diventa anche il punto di forza dei nostri sei musicisti che spezzano la ferocia tipica del genere con passaggi mozzafiato affidati a splendide melodie e giochi di chitarra che ci fanno affrontare con maggiore fiducia le successive e più schizzate tracce, dove inevitabilmente ad attenderci ci sono le classiche chitarrone deathcore con ritmi sincopati, scale ritmiche da brivido, vocioni mostruosi, ma anche tutti quei giochini celestiali tanto cari ai Fallujah, affidati a brillanti parti atmosferiche ("Weavers of Illusion" ne è un bell'esempio). E ancora spettacolari sono le orchestrazioni della title track, ubriacante quanto basta nella sua rincorsa ritmica e nei suoi brillantissimi break che interrompono il frenetico chitarrismo della band. Poi si corre, veloci e schizoidi con una batteria al limite della contraerea, voci che si alternano tra lo screaming acido e il growling profondo, e una sezione ritmica davvero impressionante, che chiama in causa Periphery e altri mostri sacri del genere; spettacolare a tal proposito il finale di "The Vitruvian Augmentation". A chiudere il disco ci pensano le atmosfere eteree di "Perennial Eclipse", un altro pezzo davvero ben calibrato che si muove tra il death e partiture djent, forse le più palesi nell'intero disco. 'Harbringers of Pestilence' è un signor album che saprà ingolosire tutti i fan del genere. (Francesco Scarci)

(Famined Records - 2017)
Voto: 75

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