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mercoledì 13 dicembre 2017

This is not a Brothel - Far is Here

#PER CHI AMA: Stoner/Indie/Alternative Rock, A Perfect Circle
Tornano i This is not a Brothel, band di origine campana, con tutti i componenti sparsi in realtà in giro per Italia ed Europa. Li avevamo già conosciuti in occasione del loro debut album sia con un'intervista in studio che attraverso la recensione di quella release. Ora, i cinque musicisti casertani ci presentano la loro ultima fatica, un prodotto sicuramente competitivo da un punto di vista economico, visto che offre vinile e cd ad un costo risicato, ed una proposta musicale che prosegue il percorso musicale intrapreso nell'album omonimo. 'Far is Here' esce questa volta per la I Make Records e si presenta come un disco che richiama, sin dalle note iniziali, un certo alternative/stoner, che rimanda indistintamente alle scuole alternative americana e svedese, ma che da un punto di vista vocale, mi suggerisce invece un che degli Editors. Poco però i This is not a Brothel hanno a che fare con la band britannica; in "Black Madonna", sono infatti più i riferimenti agli A Perfect Circle e agli scandinavi Lingua ad indurmi il mio coinvolgente ma morbido headbanging. Decisamente più compassata la seconda "Do not Disturb the Driver", che evidenzia gli influssi post-grunge della compagine italica, in un brano ritmato ma dal graffiante assolo conclusivo. L'ensemble continua muovendosi su di una matrice soffusa anche con la title track che apre con un riff che s'incunea presto nella testa e la voce del bravo Fabio Giobbe ricama alla grande sfruttando la propria estensione vocale, in un altro pezzone davvero intrigante e dotato di sonorità decadenti. "Head High" conferma la mia visione brit per quanto concerne le vocals ma questa volta anche per ciò che riguarda la musicalità di un brano, sempre votato al versante indie, ma che volge il proprio sguardo anche verso un southern blues rock. È poi la volta di "Follow the Sign" ove il sound si fa più sinuoso: mi immagino una bella fanciulla mezza nuda che si muove sensuale attorno ad un palo di lap dance al ritmo di questa traccia. Con "I Say I", si continua invece a percorrere i torbidi sentieri del rock atmosferico, con una traccia che poggia su di un ipnotico giro ritmico, spezzato da un break che rimanda ai Nirvana, prima  che l'ennesimo assolo conclusivo regali quel quid addizionale per la buona riuscita dell'album. "Cold Like a Stranger" rappresenta il momento della ballata romantica, in cui è un certo mood malinconico ad affiorare, come in una uggiosa giornata di novembre con quell'ardore finale che strizza l'occhiolino ai Red Hot Chili Peppers. In "Missed Punch", i nostri non mi convincono troppo, e cosi skippo alla successiva "Queen of Nothing", song più movimentata rispetto alle precedenti, che sfoggia un riffing scuro, quanto la voce del bravissimo Fabio che mi incanta sempre più per la sua convincente performance vocale. Arriviamo nel frattempo all'ultima "Free To", che condensa la proposta dei This is not a Brothel in una traccia dai tratti disarmonici e più ostici da assimilare, che verosimilmente si propone di mostrarci la faccia più sperimentale della band italica. Dando infine un ultimo sguardo ai testi dell’album, vi basti sapere che sono stati affidati allo scrittore Gianluca Merola, autore di 'Dio Taglia 60', ed affrontano, in modo crudo, la realtà che ci circonda. Convincenti al massimo, ben fatto! (Francesco Scarci)

lunedì 11 dicembre 2017

Il Silenzio delle Vergini - Colonne Sonore Per Cyborg Senza Voce

#PER CHI AMA: Post Rock/Noise/Industrial
Me l'ero perso per strada questo lavoro d'esordio de Il Silenzio delle Vergini, devo ammetterlo: 'Colonne Sonore Per Cyborg Senza Voce' è un disco strumentale che consta di sette tracce cinematiche che si aprono con "001", che delinea immediatamente la proposta avanguardista industriale del progetto capitanato da tal Greco Armando (già nei Tic Tac Bianconiglio e nei Lexus). Trattandosi di musica sperimentale è ovviamente facile trovare un po' di tutto al suo interno: dall'eterea opening track alla più claustrofobica "002", song più criptica e minacciosa, che si lancia in alcuni frangenti in divagazioni più noise-oriented. "003" sembra più litanica nel suo ipnotico incipit, in cui si fondono suoni cibernetici con un post rock robusto e siderale, come se l'ascolto dell'album ci proiettasse nello spazio più profondo, lanciati da una fionda gravitazionale. La quarta song è un estemporaneo esperimento che ci presenta la band sotto una luce diversa: una musicalità gothic/post-punk, che per certi versi mi ha rievocato i torinesi Burning Gates, in un pezzo cantato in italiano ma in stile vocale vicino ai Fields of the Nephilim, addirittura con qualche rara incursione growl. Si riprende con le sonorità strumentali, visionarie ed intimiste: è il turno di "005", song malata, caustica, lisergica, comunque sempre imprevedibile, che se avesse avuto una voce black, poteva fare la sua bella figura in un qualche disco illuminato dei francesi Blut Aus Nord. Sonorità elettro-industrial per "006", che affida la sua ritmica ad un possente rifferama disturbato qui da sonorità droniche in background. 'Colonne Sonore Per Cyborg Senza Voce' chiude con l'ultima "007", un pezzo vibrante, guidato dai suoni di chitarra bella pesante che si amalgamo alla perfezione con le atmosfere rarefatte e nebbiose di quest'ultimo capitolo, che sancisce la conclusione di un disco quanto mai interessante e multisfaccettato. (Francesco Scarci)

Chaotic Remains - We Are Legion


#FOR FANS OF: Symph Black/Death Metal
Chaotic Remains is a Maltese symphonic death/black metal band who has been in the extreme music scene for almost ten years. The band had been active since 2008 but they were not able to record an album until last December 1st. Their debut album, 'We Are Legion', is what I am going to describe in this review.

There is really nothing special in this album. Like the contemporary symphonic extreme metal groups, Chaotic Remains built a more symphonic proposal but weaker in aggressiveness and lacking in catchiness album. I love the idea of extreme bands trying to go experimental with keyboards and orchestral sound on their music. There are bands who had been successful doing that method in the past, and a few in the present. However, even with a thought-provoking vision of Chaotic Remains to make a good release with their brand of music, the band failed to deliver a notable album that will give the listeners a reason to keep it in the rack along with their collection.

The big flaw in this record is the played out and prevailing use of the keyboards. Keys are good when a band knows how to use and utilize them with other instruments in their offering. I am not against bands that are bringing in keyboards in their music, but they have to be crafty in using it. Chaotic Remains had failed to do that in 'We Are Legion'. The keys here smothered all the other instruments. It hauled the guitars to the back and at the same time, it competes with a loud tone against the drum sound.

The guitar sound is near inaudible here because the orchestration is all over the place. Both guitars do not have much to show for themselves and are both somewhere in the line of playing some half-decent riffs. Perhaps, if the band had put them at the front of the mix, it would have served to make this offering less unrelieved than it is. Drum section is sometimes indistinguishable from the guitar chugging because of the keyboard symphonics that had buried everything. Bass section is also a disappointment as they blend in too well with the already indistinct rhythm guitar.

There are many brief periods of time in the album where it will be possible to notice that the band is attempting to assault the audiences with their music but they were unsuccessful in doing that due to the overdone symphony and absence of crudeness and bleakness in the record. The outcome of the tracks is also a cliché. Every song sounds exactly the same and it does not progress at all. Right from the beginning of each track, the feeling will stay the same until the end and there is no feistiness to be found.

To summarize this review shortly, 'We Are Legion' is a dreadful album that could have been entertaining if Chaotic Remains had look to build on other elements rather than focusing solely on the symphonic side of the music. I really find it boring and I can’t find any reason why I should ever listen to the songs of this record again. (Felix Sale)

(Mighty Music - 2017)
Score: 40

https://www.facebook.com/chaotic.remains

One Horse Band - Let's Gallop!

#PER CHI AMA: Southern Blues Rock
Nello scalciante esordio discografico della one man band milanese, il punkabilly infervorato proposto dalla programmatica "Declaration of Intent" disarciona immediatamente l'ascoltatore con l'unico scopo di scaraventarlo al centro esatto di un polveroso rodeo sonoro, in cui fervono accelerazioni cowpunk ("Mama I Think I'm Drunk"), energia, galoppanti heavy blues ("Wild Lovin' Woman"), alcool sovente ingerito in eccesso, irraggiungibili figure femminili, echi early-70-stoniani ("Howlin' at Your Door"), a tratti marcatamente southern/folk ("Uh hu hu Yeah!" agguanta al lazo gaglioffi del calibro di Zz Top e Bob Seger; "Venus", un'indovinata cover della hit che portò tanta gloria e pochi soldi agli olandesi Shocking Blue nel lontanissimo sessantanove), ammiccamenti glam ("Bad Love Blues"), Jon Spencer (la summenzionata "Declaration..."), incornate e tantissimo slide (per es. nella vol-3-zeppeliniana "Altare", in chiusura). Un album che potreste ascoltarvi con leggerezza in esclusiva compagnia di cinque litri di Bud e di una T-bone di bisonte da un chilo e mezzo. (Alberto Calorosi)

domenica 10 dicembre 2017

Crafteon - Cosmic Reawakening

#FOR FANS OF: Black Metal
Crafteon is a relatively new band which was born in Denver a few years ago. The band plays black metal with a clear melodic touch, which is notorious departure from what two thirds of the band members used to do in some of their previous projects. Those bands were more closely related to power metal, so Crafteon marks a new and much darker step in their careers. The band´s music, the concept and even the monicker itself are based on H.P. Lovecraft´s works. Curiously, the word Crafteon comes from a play-on-words between the words “Lovecraftian" and "Aeon."

Crafteon´s unsigned debut, entitled 'Cosmic Reawakening', has a truly eye-catching artwork, which fits perfectly well with the concept and the history behind the album´s music. The picture depicts a monstrous creature emerging from the oceanic depths, very appropriate in my opinion, for a “Lovecraft-esque” album. The booklet contains some paintings with a similar style and concept, which makes it look as a quite impressive artwork. Not a few extreme metal bands are inspired by H.P. Lovecraft´s tenebrous and mysterious works, and though Crafteon doesn´t reach The Great Old Ones wicked, complex and suffocating interpretation of this dark universe, it’s a different yet interesting offering. In contrast to the French band, 'Cosmic Reawakening' is a much more melodic work with an excellent guitars' work. The album has generally a mid-paced tone, with sporadic fast sections, like at the beginning of the opening track “The Outsider”. Another interesting detail is the bass lines, unlike in many other black metal albums, it can be listen to reasonably well through the album, which I personally appreciate a lot, because the bass lines are buried during the mixing too many times. With regards the production, the album has a slightly filthy production which doesn’t ruin the final result, mainly because the guitar lines, which reign in this album, are easily recognizable and distinctive. The combination of melodic sections and ultra catchy guitars work perfectly well in tracks like “The Colour Out of Space” and specially “The White Ship”, which is highly addictive. Crafteon surely knows how to compose riffs which remain in the head of the fan. This is usually the great difference between the just “ok” albums and the truly good ones like this debut. The vocals sound pretty strong and varied, ranging for slightly high-pitched to a more common hoarse and rotten tone, which for some reason reminds me Mayhem.

In conclusion, this is a fine debut by Crafteon and a pretty enjoyable work for those who want to make an immersion into Lovecraft´s tenebrous universe, without leaving aside a healthy dose of melodic and catchy riffs. For future releases, I would recommend a step forward in terms of production and perhaps the introduction of some atmospheric keys. In my opinion it could work pretty well. (Alain González Artola)

mercoledì 6 dicembre 2017

Wrathprayer/Force of Darkness - Wrath of Darkness

#FOR FANS OF: Black/Death/Thrash
A cooperation of two Chilean underground bands on Nuclear War Now! Productions - this is definitely not the stuff fans of Bon Jovi and further idiots are looking for. South America is, in terms of metal, equipped with an extra dose of bestiality and therefore it is only logical that Wrathprayer play a violent form of death/black metal. They open the split with heavyweight guitars and vocals that originate from the zombie mausoleum next door. In a matter of seconds, it becomes obvious that this band does not intend to entertain a costumed crowd with some easy listening black thrash. Totally aligned with the name of the label, their songs spread some extremely martial and destructive vibes. Too bad that they offer only two relevant tracks, because the intro can be skipped.

Apart from this minor blemish, the band shows full dedication and their relatively unorthodox patterns avoid successfully any form of fatigue. There are more than enough (well integrated) breaks that ensure the necessary degree of diversity without tearing the songs apart. In view of the carefully constructed song patterns, one cannot blame them for having released somehow half-baked pieces. The songs do not lack coherence, despite their hostile and unapproachable configuration. Not to mention their outstanding parts, for example the dragging section in the centre of "Tria Serpentis" which relies on a creeping monster riff. A rate of 75 could be appropriate for Wrathprayer.

The question is whether their compatriots from Chile's capital Santiago are able to surpass this result. Unlike Wrathprayer, Force of Darkness do not dive into the deadly genre. Their mix consists of thrash and black metal. A touch of chaos accompanies their sound. For example, concentrate on the insane drumming. Nevertheless, this does not mean that they do not know what they are doing. It is just a little bit more difficult to internalize the songs of Force of Darkness. Sometimes extremely fast drums liaise with rabid lines while the lead vocalist delivers a kind of malignant nagging with a lot of reverb on it. Catchiness is of minor relevance and so the listener follows the formation on its wild ride through the wasteland of terror.

Of course, Force of Darkness also stand for aggression and devastation, but their songs are slightly less apocalyptic than the two steamrollers of Wrathprayer. Some thrashing guitar lines show a minimally more technical approach. This is at the expense of vehemence, but it does not affect the general impression significantly. In particular the pretty monumental "The Order" is more or less on an equal footing with Wrathprayer's songs. Overall, Force of Darkness do not win the competition (65), but their integrity and passion cannot be doubted. Anyway, the split album delivers what it promises: a very harsh outbreak of musical violence. Seems as if Chile is always worth a journey. (Felix 1666)

(Nuclear War Now! Productions - 2017)
Score: 70


https://nuclearwarnowproductions.bandcamp.com/album/wrath-of-darkness

Tchornobog - S/t

#FOR FANS OF: Experimental Black/Death/Doom
Tchornobog is the one man project by Markov Soroka. If this name sounds familiar to you then you might have heard of his funeral doom metal band Slow and the atmospheric/ambient black metal project Aureole, both of them are a one-man band. I heard a lot about Tchornobog’s s/t album so I decided to check it out and see for myself what the fuss is all about. Unfortunately, after listening to the whole material, I wasn't impressed as what others had felt about this studio debut.

Released via Fallen Empire Records in Bandcamp for its digital format last July of 2017, Tchornobog's self-titled debut had impressed quite some audiences in the realm of black/death/doom metal. But after I examined the proposal, I found it non-distinctive and nothing special as what everyone was uttering about. While others praise the album because of its death-metal style guitars and blast beats, super flat and obscured thick production; I find the Tchornobog's music failing to achieve its ideal sound and failing to deliver memorable tunes.

Though I am not impressed about this self-titled release, there are a few elements here that I find satisfactory in some ways. The doomy section and desolate ambiance of the record are decent and it momentarily helps me to ignore the awfully monotonous riff structure. Perhaps if Markov had done more effort on the songwriting segment, the effects would have been more haunting and impossible to forget. The series of looping guitar patterns in this offering, is really weak in its character. It does not have that certain punch that will stick and catch you to get hook on the band's tunes.

There are a few bands in the extreme music genre that can convince their listeners even with a simple repetitive guitar pattern, given that the band had fabricated the guitar riffs to fit well with the style that they are playing. However, Tchornobog's experimental exploitation of multiple sub-genres of extreme music, does not go well with his insufficient effort to write noteworthy guitar riffs. Some listeners are convinced and satisfied with Markov's repetitive guitars because it is reinforced with a bleak and dingy atmosphere. I, on the other hand, do not find that compelling.

Another thing that some people dig about this release, but I find not that impressing, is the pummeling death metal style blasting of the drumming department. There is really nothing exceptional about that part, as it is pretty much just a barrage of machine-like hammering followed by a few pats of toms and cymbals which at times is deceitful enough to win over some audiences’ attention. Even the dark and cryptic overall mood of the record could not save the album from its conspicuous drawbacks.

I know that some fans believed that Tchornobog's otherworldly and deranged atmosphere had rescued this album from falling into the depths of mediocrity, but it most certainly did not. Yes, the mood of the material could have totally made this offering more entertaining if only Soroka had prioritized his songwriting when he was still working on the songs in this debut. I am not saying that I will totally turn my back on this band after this awful release. Tchornobog has that potential that only needs developing. For all we know, Markov had already learned through the drawbacks of this album right at this moment and is ready to put up a more decent piece in the coming future. (Felix Sale)

(Fallen Empire Records/I, Voidhanger - 2017)
Score: 45

https://markovsoroka.bandcamp.com/album/tchornobog

Tuna de Tierra - S/t

#PER CHI AMA: Psych/Stoner, Kyuss
I Tuna de Tierra nascono a Napoli all'inizio del 2013 dall'incontro tra Alessio (chitarra e voce) e Luciano (basso) che, grazie alla collaborazione di Jonathan Maurano (alla batteria), portano alla registrazione del primo EP autoprodotto nel 2015, 'EPisode I: Pilot', con un buon riscontro da parte del pubblico che ha permesso al terzetto partenopeo di solcare i palchi italiani e continuare con la loro produzione artistica. Questo self-title è prodotto da Argonauta Records che ha intuito il potenziale dei tre scugnizzi napoletani che non hanno deluso le aspettative. L'album è disponibile in digitale e nel classico digisleeve a due ante, con un artwork desertico disegnato dalla Ver Eversum, già protagonista di poster e illustrazione per band e festival. Le sette tracce sono un mix di sonorità stoner/psych rock che affondano le radici nella scuola Kyuss & Sky Valley Co., grazie a lunghe sessioni di jam lisergiche che trascendono tempo e spazio. Il trio infatti non adotta la scuola del wall-of-sound e si concentra su melodie orecchiabili, come nella prima track "Slow Burn", brano strumentale dai suoni potenti e con un assolo evanescente che guida il breve svolgimento del brano. Passiamo oltre e approdiamo a "Morning Demon", una lunga ballata rock che convince per gli arrangiamenti e la ritmica, mentre la linea vocale è sottotono e non riesce a dare la giusta identità al brano. Il trio convince sempre più sulla parte strumentale, proponendo riff che richiamano la scena stoner californiana, ma riescono a dare un apporto personale grazie a melodie non scontate. L'utilizzo delle progressioni crea una struttura di facile assimilazione che entra calda e lenta nelle nostre vene per poi esplodere nel finale dove ritorna il cantato che questa volta ha la grinta che il brano merita. Il trio ci delizia con "Long Sabbath's Day ", una sorta di desert-gospel-blues fatto di chitarra, voce e percussioni, ideali per una notte fredda e stellata tra rocce e sabbia, stesi su un polveroso tappeto davanti ad un fuoco mentre la tequila scorre incessantemente. I fumi dell'alcool si mescolano alle sterpaglie bruciate, gli occhi lacrimano per l'emozione legata alla catarsi tra uomo ed universo. "Laguna" invece abbraccia il post rock nella sua parte introduttiva con le chitarre che riecheggiano lontanissime, per poi mutare in una lunga ballata psichedelica fatta di fraseggi liquidi e di una ritmica vellutata. Pura lussuria per le nostre orecchie che trasmutano la melodia in serotonina e sfama i nostri neuroni appisolati, mentre il break annuncia l'entrata della classica cavalcata, assolo e rallentamento a chiudere. Mandando in rotazione l'album per giorni si viene rapiti dal sound caldo e avvolgente, dalle melodie oniriche che diventano aggressive quando serve e dalla passione vera per un genere che non accusa affatto l'età. Non definirei quest'album omonimo il seguito del primo EP dei Tuna de Tierra, piuttosto un'evoluzione artistica alla ricerca del proprio io su una strada che si perde all'orizzonte. Speriamo di rincontrarli presto. (Michele Montanari)

martedì 5 dicembre 2017

My Monthly Date - Chaos Theory

#PER CHI AMA: Indie/Alternative
Nella solleticante interpretazione suggerita dal concept, il modello matematico della teoria del caos sulle interazioni meccanicistiche tra particelle si applicherebbe alle interazioni umane e sociali. Come il battito di una farfalla potrebbe generare un uragano ("Butterfly"), così un singolo errore potrebbe condurre al termine della vita ("Shame"), o una risposta sbagliata alla perdita di un affetto ("Miles Away"). Come i suoni dilatati e Lanois/iani dell'introduttiva "Chaos Theory" prefigurano nel prosieguo scenari più visionari e distopici ("One Day More", "Lost in the Shadows", "21st"), così il pop solo immaginificamente space delle prime canzoni acquisisce mano a mano una profondità siderale (sentite "Butterfly" vs. "21st"). Gli autori citano Sum 41 e Linkin' park (sentite "One Day More" e "My Horizon"), ma voi avete passato i quaranta e quella roba lì mica la conoscete, così vi accontentate di rilevare i Red Hot Chili pop di 'I'm With You' ("Miles away") e, qua e là, i Porcupine Tree crepuscolari di 'The Incident' ("Shame" e "The Last"). Sperando di cavarvela. (Alberto Calorosi)

(4inaroom Records - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/MyMonthlyDate/

lunedì 4 dicembre 2017

Billy Boy in Poison - Invoker

#FOR FANS OF: Death Metal
“Well, well, well, well. If it isn't fat, stinking billygoat Billy-Boy in poison.”

A Danish band clearly enamored with 'A Clockwork Orange' (a book written in just three weeks and forever immortalized on film by Stanley Kubrick), this group of droogs so seamlessly blends into the black-clad gauge-eared breakdown-beaten buffoonery of metal's most corporeal and corporate dystopia that it could be easily mistaken for insincerity. However, the talent that kicks off this quintet's sophomore album shows an artsy attempt at furthering a solid grip on making metalcore just before it drops the ball in this release's mundane midsection.

“Absolution” and “Iron Grip” have gigantic sounds to them. Building and toppling fortresses as they rise to atmospheric pinnacles through the hollow echoes of muddy guitars and crumbling from blasting volleys in mere seconds, a crashing cascade that brings “Iron Grip” to satisfying release. Billy Boy in Poison leads with strength summoning its best efforts but blows its load too early. Prominent and melodic leads endure a laborious pace to heighten the impact of the rhythms and grooves, like in the funerary march of “Morcar” where diminishing notes hang by a thread before being swallowed by the next measure. There is a noticeable proficiency in the songwriting through the first half of this album.

“Come to get one in the yarbles, if you have any yarbles, you eunuch jelly thou.”
“A Walk on Broken Bones” is where this album loses its grip on the ball it had so delicately handled. Noisy and energetic, this song is set to be the sort of aggressive Lamb of God foray into modest metalcore mimicry but the guitars paint a swath of muddy meandering measures over such a by-the-numbers template that it becomes a mess of aggression without any compelling sounds to make it memorable. “A Walk on Broken Bones” is just the first leg of an uninspired journey with few landmarks worthy of a momentary glance but only due to the dullness of the landscape before finally reaching the riches of “Black Gold”.

The mediocrity of these b-sides shows how boundless break beats bonded to the baseless belief that they're building br00tality bores this death metal regular, no matter how much it may make the average pit ninja dangle from a plastic coated orifice flapping off the side of a core clone's cranium. “Exodus” starts smoothly enough with pinches of harmony and humming bass before becoming an average and jerky stomper. Merely a single moment betrays a glimmer of hope as the guitars gloriously glide through their grain to meet a tearing blast beat before being yanked into yet another spastic time change. Eventually “Exodus” bleeds into “Glaciers” and “Glaciers” abruptly crashes into “Mara”. Though “Glaciers” brings a preferable aggression, muddy and repetitive rhythms boast few engaging moments despite slight artistic slivers accentuating the atmosphere of the album. Through a very vocal oriented mix with an abundance of break beating that attempts to sound gigantic and imposing, the grooving deathcore throughout 'Invoker' loses its way in this dangerous territory as the droogs receive a self-inflicted punishment for this tepid traipse into br00tality's badlands.

In typical deathcore fashion, “Black Gold” is Billy Boy in Poison's big finish with an anthemic melody that falls into aggressive verses before returning to its beginning in each chorus. The final return is especially complimented by a robust snare and kick combination. As can be heard in the end of All Shall Perish's “The Last Relapse” or Abigail Williams' “The Departure”, “Black Gold” formulaically fades with a simple sappy melody to further legitimize the artistry and power experienced throughout the endless breakdown centered meat of this album. It's difficult not to be a bit jaded when it comes to listening to a paint-by-numbers deathcore release like 'Invoker'. Like a plethora of bands of Billy Boy in Poison's ilk, this album had a couple of good ideas in it but in no way has enough material to justify a forty-five minute full-length. Unfortunately with Billy Boy in Poison, the band's sophomore album contains merely an EP's worth of ingredients that were stretched too far. (Five_Nails)

Der Toten Lebend Schein - ...Von Leichen Bewohnt

#PER CHI AMA: Black Atmosferico
Der Toten Lebend Schein (che tradotto dovrebbe significare Il Morto Vivente Schan) è una misteriosa band teutonica che, dopo uno split album rilasciato nel lontano 2010 in compagnia dei Tåkeheim, si è un po' persa di vista fino al 2017. Complice il supporto della cinese Pest Productions, ecco che i nostri tedesconi rilasciano '.​.​.Von Leichen Bewohnt' (il cui significato dovrebbe essere "...abitato dai cadaveri"), un EP di quasi venti minuti votato ad un black metal atmosferico, cantato in lingua madre ed influenzato da un'inedita vena folklorica. Non lasciatevi però ingannare dal pianoforte posto in apertura a "Versagen": dopo un minuto infatti, i suoi leggeri tocchi lasceranno il posto alle fiamme infernali ordite dalle nere trame dei nostri che si riversano invasate, a tracciare i solchi di un lavoro oscuro e furioso. Un sinistro violino apre invece "Masken Der Vernunft", song che palesa l'animosità perversa della band germanica, in un brano che, nonostante i melodici riff di chitarra in tremolo picking, ha modo di chiamare in causa, almeno a livello vocale, i Mahyem mai dimenticati del buon Attila Csihar. Il riffing è a tratti serrato ed è più vicino al post black che alla fiamma nera tradizionale. Il cantato in lingua rende poi il tutto stranamente più evocativo. Un altro arpeggio e siamo già giunti alla lunga conclusione del dischetto, affidata agli oltre nove minuti di "Arkadien", la traccia più completa, incisiva e convincente delle tre qui incluse. La vena atmosferica si unisce qui con un piglio punk folk in una cascata musicale disarmonica, non convenzionale, che per certi versi, mi ha ricordato gli esordi degli In the Woods, in un brano che comunque ha da regalare spunti interessanti, sicuramente da sviscerare e sviluppare in un futuro non troppo lontano, per dar modo a questa band di tirar fuori le intriganti idee che hanno nel profondo. Bella scoperta. (Francesco Scarci)

sabato 2 dicembre 2017

Mallory - Sonora R.F. Part II

#PER CHI AMA: Rock, The Doors
Si prosegue con l'analisi della discografia dei Mallory: dopo aver recensito '2' e 'Sonora R.F. Part I', non potevo farmi mancare anche l'ultima fatica della band francese, 'Sonora R.F. Part II'. Come già detto, il quartetto parigino ha un'innata capacità di fondere blues, grunge e atmosfere eteree che rapiscono l'ascoltatore e lo fanno accomodare su una vecchia poltrona di pelle, ormai distrutta dal tempo, ma che conosci in ogni sua imperfezione. L'album contiene dieci brani in un digipack con la stessa grafica del 'Part I', ma a colori invertiti. All'interno sono riportati i testi, sia in inglese che in francese, come i Mallory ci hanno già abituato in passato. "Riot" è il brano che ha la responsabilità di aprire il nuovo album e lo fa con tanta energia, con il tutto che ricorda i vecchi Pearl Jam, con riff aggressivi che si abbattono con energia come una tempesta su un paesaggio quieto ed inerme. La ritmica è sostenuta, batteria e basso si spellano mani e dita per scaricare più rabbia possibile, mentre il cantato ruggisce con la sua timbrica graffiante ed esperta. Un concentrato di headbanging che dà poco respiro, a parte qualche break, ma poi i nostri riprendono le loro progressioni ed esplodono esausti nel finale. Un brano che sembra essere nato in un qualche scantinato di Seattle e non a Parigi. "So Wet" torna alle radici blues della band, il ritmo rallenta e i suoni si fanno di soffice velluto scarlatto che accompagnano perfettamente questa ballata malinconica e sensuale. Immaginatevi un locale buio, deserto se non per un'oscura figura seduta di fronte al palco che vede una ballerina esibirsi in una danza provocatoria, tra fumo di sigaretta e bicchieri di gin scolati per anestetizzare l'anima. Il vocalist accompagna perfettamente la melodia che si districa tra fraseggi classici, ma ben arrangiati e dai suoni perfetti. In alcuni punti si ha l'impressione di sentire i The Doors più passionali e meno lisergici, anche se i quattro musicisti transalpini hanno quella marcia in più che gli permette di giocare sugli arrangiamenti e fare la differenza. "Vertige" reintroduce il cantato in francese che si sposa perfettamente con la parte strumentale e colora un brano bipolare, con un inizio lento e struggente che inganna, facendoci pensare all'ennesima ballata. In realtà appena si percepisce il crescendo, i Mallory pestano sul pedale distorsore e apriti cielo, ritorna quell'energia e quella rabbia che si riflettono in una valanga di decibel. Ancora una volta la sezione ritmica ha un ruolo determinante, il basso viaggia veloce senza perdere un filo di groove, mentre il batterista può destreggiarsi in pattern goduriosi che portano l'ascoltatore a trasformare ogni superficie disponibile in una batteria e immedesimarsi con il maestro delle bacchette che sta dietro le pelli dei Mallory. La breve entrata del synth fa l'occhiolino agli arpeggiatori tanto amati dai The Who, la conferma che le cose semplici vanno fatte in maniera impeccabile per essere convincenti. 'Sonora R.F. Part 2' è un altro capolavoro targato Mallory, una band che non segue le mode e scrive la musica che gli batte nel petto, sempre vera e convincente. Arte unita ad una dose di pazzia che porta sul palco una rappresentazione equilibrata di musica e teatralità, non è da tutti sapersi muovere tra generi così diversi e con cotanta eleganza. Chapeau mon ami. (Michele Montanari)

Sheidim - Infamata

#FOR FANS OF: Black/Death
To those of you who haven't heard of Sheidim yet, they are a black/death metal quartet hailing from Barcelona, Spain. The band had been around since 2013, and they released their first vinyl format EP last 2015 which holds two unrefined and fierce tracks. Just last 2016, the band had put out their debut studio album under the banner of Dark Descent Records. The debut was named 'Shrines of the Void', and that album showed to the extreme metal community the excellent songwriting talent of these Iberian horde. This time around, just last September 2017, the band once again strike with a new offering called 'Infamata'.

It is quite remarkable to come across such an even-handed and well-rounded fusion of two sub-genres of extreme metal in a release. 'Infamata' is one that belongs to these extraordinary few. This EP from Sheidim was molded by the band to create a bloody profound and pristine experience for its listeners. And they sure had found success in that matter, because 'Infamata' showcases a solid synthesis that recalls the best indications of both speed-oriented black metal and death metal.

Every track on this EP was built in an admirable manner. Each of them offers a really entertaining and catchy ethos. Songs like "A Dying Sun" and "Underneath" hit the audiences incredibly hard with its fast and utterly aggressive death metal nature, topped with a very cold and evil atmosphere. Following those two mentioned tracks are "Wings of the Reaper" and "Sisters of Sleep", which have a really dark aura. The ambiance of those said tunes brings forth a very wicked black metal feel in the background.

All the songs here included also have that evident early Bathory riffing on the guitar section. Outside the Bathory-like guitars, we can also hear different guitar riffage delivered by C.S. which varies from classic rock 'n roll to vintage thrash riffing. I am awed by how quite amazing C.S. was able to apply all those guitar segments without dragging down that strong black metal mood of the songs. The tremolo riffs present here are also impressive. They show an absurd intensity even with their more melodic character. The tremolos sound incredibly aggressive, and even more foul than what you could expect that a black/death metal band would come up.

Alejandro Tedín's bass is perceptible but it maintains composure with the rest of the instruments and does well to complement the music in the album. That audible presence of the bass also adds an extra layer beneath the songs. Considering this is still in theory under the black metal flag, I would give my compliments to the band for having a surprisingly audible bass guitar line. Jordi Farré's drum work pounds away with furious blast beats, creating a menacing flavor to the offering. Jordi's drumming may not be that exceedingly decorative, but the guy sure knows exactly what he should be playing during each section to maintain the intended maniacal atmosphere in the record.

A.K., the band's frontman, sputters harsh screams and growls that sound like they came from Satan himself. His style, which is somewhere between a roar and a snarl, builds an intensely raw and powerful reinforcement to the tracks in the album. I really dig A.K.'s vocal approach because it is not muffled with effects. The EP's production is also quite solid for an underground extreme metal release. It's really refreshing to me, as I usually enjoy listening to those dreadfully produced basement-type demos and EPs when it comes to extreme music.

Well, there you have it fellas. 'Infamata' is a release that definitely has some special offerings for Sheidim's listeners. The violence on this record is pure and intact, and the entire iniquitous concept of black metal and death metal is in full form on this one. I suggest fans of both black and death metal to get a copy of this record. It's really worth the money, and it deserves a place in your metal collection. (Felix Sale)

(I, Voidhanger - 2017)
Score: 75

https://sheidim.bandcamp.com/album/infamata

venerdì 1 dicembre 2017

Vespertina - Glossolalia

#PER CHI AMA: Acoustic Experimental Folk, Chelsea Wolfe
Il mese di maggio, per la religione cristiana, è il mese dedicato alla Madonna. Quando ero ragazzino infatti frequentavo il rosario serale con i miei nonni, ogni sera di maggio. Si teneva la testa bassa e le mani congiunte e si recitavano innumerevoli avemarie, come sfondo campi di vigne ed il pigro tramonto primaverile. Sono proprio questi mesi di maggio della mia infanzia che riaffiorano vedendo Lucrezia decantare salmodie e arpeggiare dolcemente la chitarra sul palco dell’Arci Dallò, un’esperienza che non può essere relegata al solo aspetto musicale. Vespertina è in grado di creare una dimensione alternativa che pare raggiungibile solo attraverso anni di raccoglimento e di ascetismo, in cui la luce si fa da parte cosicché le tenebre possano sfoggiare il loro divino splendore. 'Glossolalia' è il nome del disco, una fusione tra “glosso” (lingua, dal greco) e “litania”, perfettamente calzante visto la similitudine delle tracce a preghiere dimenticate e l’utilizzo non convenzionale dell’italiano che va a quasi a delineare un nuovo idioma. Lucrezia spezza spesso le parole oppure le deforma incastonandole in vocalizzi mistici ed eterei, tanto da lasciare il significato dietro di sé per creare con i soli suoni un ambiente fuori dal tempo e dal pensiero. Il disco è stato preceduto dallo splendido singolo “Nuova York” un’uggiosa ballata che porta con sé un’oscurità ineffabile e delicata, a tratti sembra di sentire Chelsea Wolfe cantare su un brano di John Fahey. La malinconia e l’emozione impregnano il pezzo, tanto da ricordarmi un’alba invernale sulla sterminata campagna in pieno medioevo. Un contadino si appresta ad uscire dalla sua baracca, ancora intorpidito dal freddo, le mani crepate dall’umidità e dal lavoro. Assorto nelle faticose e ripetitive pratiche quotidiane, avanza lentamente tra gli alberi spogli. Lo sguardo però è rivolto alla bianca luce dell’alba che filtra attraverso la nebbia e per un attimo il velo della realtà si apre, la ripetizione si rompe e la maestosità della natura porta ristoro e conforto alle sue stanche membra. Dico di ricordare perché mi pare di aver vissuto in prima persona quello che ho sentito, anche se non può essere vero. In 'Glossolalia' è l’intimità a creare quest'effetto estemporaneo, intimità che è assieme un pregio ed un limite, sarei infatti molto curioso di sentire come le geremiadi di Vespertina possano essere rese attraverso l’utilizzo di altri suoni e di arrangiamenti magari più orchestrali. Ma questa è solo una mia curiosità, i componimenti acustici sono intimi per natura e Lucrezia è in grado di sfruttare questa caratteristica al meglio, come dimostrato nel pezzo di chiusura “Slumber”, che sa di mattina e di nostalgia e che suona come una preghiera pronunciata non per dovere o per fede, ma unicamente per il profondo bisogno dell’anima. Il brano è impreziosito dall’iniziale botta e risposta tra la voce e l’arpeggio di chitarra alla “Wine and Roses” di J. Fahey; una voce a metà tra un lamento ed una supplica poi si fa strada tra gli accordi, come a voler evocare qualcosa che non esiste più, come un fedele che nella sua preghiera dapprima ringrazia ma poi si lascia andare e disperato invoca su di sé la grazia divina. (Matteo Baldi)

(Dischi Bervisti, Dio)))Drone, Toten Schwan Records - 2017)
Voto: 80

https://diodrone.bandcamp.com/album/glossolalia

Tornado Kid – Hateful 10

#PER CHI AMA: Southern Rock
Le dieci cose che più odi, messe in musica dall'ensemble di San Pietroburgo o come affermato dalla band stessa, le tue dieci canzoni che ti vanno in disgrazia dopo una gestazione in studio di due anni. Questo è l'album dei Tornado Kid, inizialmente chiamato 'Cowboys from the North', presumo per la loro ostentata voglia di essere un po' yankee tra le gelide terre del nord, poi sfumato in chiave più violenta. Al contrario di quanto sembri, questo disco è un mix perfetto di southern rock, hard rock, metal pesante e un'attitudine hardcore, come se gli Alabama Thunder Pussy giocassero a fare i Sick of it All o i Misfits in un'atmosfera tutta pistole, whisky, donne, scazzottate e saloon distrutti. La qualità è ineccepibile, cominciando dal tipo di sonorità, ultramoderne e compattissime, passando per tutti i dieci brani, velocissimi e rapidi, suonati, registrati e prodotti a dovere e sempre votati alla massima carica esplosiva. Tanta adrenalina in appena 32 minuti di durata totale. Dicevamo che la qualità è enorme, anche esagerata a volte, poiché il disco risulta tanto perfetto che sembra quasi irreale, patinato nel suo essere esplosivo, dinamico e perfetto. Al primo ascolto ci si rende subito conto di quanto tempo e passione ci abbiano messo a farlo, quanto sudore e quanta dedizione ai particolari, cominciando dalla copertina fumettistica veramente azzeccata. Brani come l'iniziale "Whiskey Beer Anthem", "Killer Song", "Hunger" e "Old World Blues" ti prendono veramente per i connotati e ti trascinano verso un mondo di selvaggia, ruvida e polverosa libertà. Un'ottima colonna sonora per un raduno di bikers, con fiumi di birra e caos, attraverso un disco di moderno rock /metal pesante, fatto per scatenarsi e lasciarsi alle spalle tutti i problemi. Dopo tre EP, finalmente uno splendido esordio sulla lunga distanza, 'Hateful 10', un vero e proprio tornado di adrenalina pura! Seguiteli ne vale la pena! (Bob Stoner)

lunedì 27 novembre 2017

Stolen Memories - Paradox

#PER CHI AMA: Heavy Progressive
'Paradox' è il terzo album in studio per i francesi Stolen Memories, che avevano esordito nel 2010 col disco 'The Strange Order'. Con una formazione di insolito power-trio, privo di bassista, la band di Villeurbanne si ripropone con questo nuovo lavoro in chiave prog metal. A farla da padrone fin dalle prime note di quest’album è la notevolissima abilità tecnica del chitarrista/polistrumentista Baptiste Brun, colonna portante della band insieme al fratello batterista Antoine, nonché autore della quasi totalità delle composizioni. La mancanza delle basse frequenze in pianta stabile è ampiamente sopperita dai movimenti chitarristici che vanno a creare un solido muro sonoro adagiato sulle variabili ritmiche della cassa. In diversi pezzi infatti, cito ad esempio “Exile”, non fa nemmeno ricorso alla quattro corde, seppur in “Obedience” sia presente un bell’intro iniziale basato su una pregevole linea di basso che caratterizza il brano. Solitamente appunto è sufficiente il carattere totalitario assunto dagli assoli e dai fraseggi chitarristici che sostengono ogni brano, come ad esempio in “The Badge” o “Constant Liar”. All’andamento progressivo predominante dell’album si affianca poi una buona dose di sfumature epico-melodiche, grazie anche alla presenza di diverse parti di synth ed effettistica varia, che stabiliscono valide armonie sotto gli assoli del buon Baptiste (davvero notevole quello della già citata "Constant Liar"). A mio avviso però la pecca più evidente dell’album va ricercata nelle liriche poco particolari e le associate linee vocali, forse un po’ troppo “deboli” per lo spirito complessivo del disco. Tuttavia, è notevole l’impatto dei musicisti: tecnica da vendere e belle composizioni, con una certa complessità ritmica. Da tenere sotto controllo. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

domenica 26 novembre 2017

The Pit Tips

Francesco Scarci

Enslaved - E
Damnation Defaced - Invader From Beyond
Machines of Man - Dreamstates

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Michele Montanari

Puta Volcano - Harmony of Spheres
Rudhen - Di(o)scuro
Atomic Mold - Atomic Mold Split

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Five_Nails

Drudkh/ Paysage d'Hiver - Somewhere Sadness Wanders/ Schnee IV
Amon Amarth - Jomsviking
Inverted Serenity - As Spectres Wither

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Felix Günther

Armoured Angel - Mysterium
Terrifier - Weapons of Thrash Destruction
Krossfyre - Burning Torches

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Alejandro "Morgoth" Valenzuela

Xanthochroid - Of Erthe and Axen Act II
Thy Primordial - The Heresy of an Age of Reason
Blaenavon - That's Your Lot

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Felix Sale

Mass Hypnosia - Toxiferous Cyanide
Exitus - Black Rot n' Roll
Terrifier - Weapons of Thrash Destruction
 

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Alain González Artola

JoDöden – Sittandes I Sjön Med Vatten Över Huvudet
Dusius - Memory of a Man
Crafteon - Cosmic Reaqakening

sabato 25 novembre 2017

Smokehead - From the Abyss

#PER CHI AMA: Alternative/Hard Rock/Stoner, Nickelback
Cannes, Costa Azzurra, un bel posto dove rilassarsi, magari su uno yacht, con un bicchiere di champagne in mano, cosi come ci mostrano i nostri nel video promozionale sul loro sito. Sparato a tutto voluto poi, l'album di questa compagine originaria proprio di quelle zone. Gli Smokehead rilasciano questo ruffianissimo album, 'From the Abyss', che strizza entrambi gli occhi a band ben più famose, e sto pensando a Nickelback e Foo Fighters, e con queste 14 tracce ci lanciano all'ascolto di un lavoro di corposo rock in grado di farci compagnia per oltre 50 minuti di sonorità che trovano modo di evocare anche un che dei A Perfect Circle (la prima parte di "Crave") e comunque farci muovere con brani grondanti melodia, carichi a manetta di groove e cori super catchy. E dire che l'intro oscura del cd mi aveva fatto pensare a ben altro e invece quando "The Dakota Fire Hole" s'infila nel mio stereo, ecco che chiudo gli occhi e sbatto la testa al ritmo infuocato della musica dei nostri, che peraltro a fine brano, troverà modo di incupire la propria proposta. Si prosegue col rifferama ritmato della già citata "Crave" e con la più morbida (pure troppo) "Fire", che trova fortunatamente modo di raddrizzare il tiro nel corso dei suoi oltre quattro minuti, per proiettarsi poi nella più arrembante e convincente "Black & White". "Would You Wait for Me" è un pezzo che mi intriga più che altro per le sue sonorità cupe, mentre ecco che "Riviera" è una song solare, stracolma di groove e da mood decisamente godereccio, il cui refrain melodico si stamperà obbligatoriamente nelle vostre teste. "Home" è un po' più ordinaria e piatta, ma per farci tornare a saltare, ecco servita "Contamined", una sorta di cocktail di gamberetti in salsa acida, con tanto di chorus robusti che inaspriscono la proposta del quartetto di Cannes. Si va avanti velocissimi, complici le durate sui 3-4 minuti dei brani, con "Let Me Down", un pezzo che combina rabbia, dolcezza, suoni potenti ed una buona dose di melodie accattivanti che introducono alla semi-ballad del disco, "Desire", brani immancabili in album di questo genere. Andiamo oltre o rischio un pericoloso eccesso di zuccheri. È il turno di "Crawling in the Night", pezzo oscuro anche da un punto di vista vocale che convince per il carattere tempestoso ed inquieto delle sue ritmiche. "Bleeding on the Dancefloor" mostra nuovamente influenze che chiamano in causa i Nickelback ma che comunque riesce a convincere per quel suo riff portante. A chiudere 'From the Abyss', ci pensa l'ultima "To the Abyss", un malinconico arpeggio acustico su cui si staglia la voce assai convincente del frontman che chiude con onore, questa prima prova dei francesi Smokehead. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 70

Spectrale - ▲

#PER CHI AMA: Ambient Acustico
Da sempre il triangolo è simbolo della divinità, dell'armonia e delle proporzioni, ma esso rappresenta dal punto di vista esoterico, anche mente, corpo e spirito che devono essere equilibrati in tutte le loro parti per ricongiungersi in un nuovo essere o Super Io. E ora quel triangolo diviene anche il titolo del side project di Jeff Grimal, chitarra e voce dei The Great Old Ones, che con i suoi Spectrale, in compagnia di Jean-Baptiste Poujol, Léo Isnard e Raphael Verguin, dà libero sfogo alle proprie celestiali elucubrazioni, che già lo scorso anno avevamo avuto modo di apprezzare nello split in compagnia di Heir e In Cauda Venenum. Nove le tracce a disposizione dei nostri che da "Andromede" a "Retour Sur Terre", ci accompagneranno attraverso un'esperienza eterea che col metal non ha davvero nulla a che fare. La musica dei Spectrale è infatti acustica, esoterica, quasi interamente strumentale e si muove attraverso sinuose melodie che avvolgono l'ascoltatore con il delicato tepore di una chitarra o il caldo e magico suono di un violoncello imbizzarrito che somiglia al battito d'ali di un calabrone pronto a pungere. Difficile identificare un brano piuttosto che un altro, '▲' va gustato tutto d'un fiato per poter godere della meditativa proposta del combo transalpino. Introspettivi, misteriosi, esoterici, gli Spectrale ci regalano la loro forma d'arte da assimilare a livello organico, un viaggio in terre lontane, mediterranee, forse mediorientali, più probabilmente indiane o addirittura dell'estremo oriente. Un viaggio sulla via della seta che sublima i sensi, inganna la mente e riempie l'anima. (Francesco Scarci)

(Les Acteurs De l'Ombre Productions - 2017)
Voto: 80

Interview with ghUSa


An interesting chat with one of the oldest death metal bands in Europe, ghUSa. You can find the details below:

JoDöden – Sittandes I Sjön Med Vatten Över Huvudet

#FOR FANS OF: Black/Folk, early Ulver, Burzum
It’s pretty usual that metal musicians, who take part in several bands, tend to release solo albums just to make some music based on their different influences or musical roots. This is the case with JoDöden’s debut 'Sittandes I Sjön Med Vatten Över Huvudet', which I must mention, it’s a quite funny album title (a rough translation would be “seated in the lake with water over the head”). JoDöden, the mastermind behind this homonymous project, is already known in the black metal scene due to his main projects. Whirling is a band which combines black metal with avant-garde influences, while Sorgeldom was founded by the Swedish mastermind as an acoustic project. Later the project evolved to black metal, becoming a full band with the addition of several members. 

Taking into account the aforementioned musical background and after having listened to the album, I come to the logic conclusion that he has somehow returned to his roots with this solo album. 'Sittandes…' is a nature themed album and specifically a Nordic nature based work. Those beautiful coastal northern towns and extensive forests have served as a spiritual inspiration för JoDöden, whose music tries to evoke the vast and cold essence of northern Sweden. The album has an organic sound, far from those ultra-polished modern works, which in my opinion suits perfectly well the music. As far as I know, these songs have been recorded in different places, moments and even different moods. This explains the heterogeneous sound of these tracks, which initially can be confusing. A good example is the difference in the production between the opener track, “Aprilvädret”, and the more blackish track “Bottenlös”, which comes immediately after the first song. This song has a quite filthy production in comparison. Both tracks are also a good example of what we can find in this work. Stylistically, the album is mainly instrumental, with a great role for the acoustic guitars (like in the first track), while the second one is an example of how JoDöden tries to introduce some of his black metal and avant-garde influences. Anyway, as I have already mentioned, the acoustic sections are quite common and they are usually mainly instrumental. In that aspect, this album reminds me at times Wongraven or even the most acoustic tracks by Ulver. The very few “blackish” sections sound a little bit out of place, although I find them interesting. This is mainly because they add an extra point of variety, which is something this album really needs. The long and sometimes tedious acoustic tracks are, from time to time, broken by slightly avant-garde influenced compositions, which make this album a weird beast. 

In conclusion, JoDöden’s debut solo album is a strange folk album. It combines a nature themed folk with some avant-garde influences and minor black metal sections. It’s mainly instrumental and repetitious style makes it a difficult listen if you don´t usually listen to this sort of stuff. Unsurprisingly, he covers a Burzum track, a band which is well-known for not having very varied tracks. As it happens with Varg’s stuff, JoDöden is a project you really need “feel” in order to really appreciate his music. (Alain González Artola)

(Nordvis Produktions - 2017)
Score: 50

Void Generator - Prodromi

#PER CHI AMA: Psych/Stoner/Krautrock
I prodromi sono delle avvisaglie, dei fenomeni che costituiscono un segno premonitore; mi piace come parola e la trovo azzeccatissima per essere il titolo della quarta fatica dei Void Generator, band nostrana che conferma il buon stato di forma della scena psych-stoner italica e che verosimilmente preannuncia la crescita esponenziale di un movimento musicale sempre più in fermento nel nostro paese. Il disco include quattro song monumentali, di cui solo la prima non sfiora il quarto d'ora, ma si assesta su un più umano sette minuti di durata, il cui sound anticipa il carattere quasi da jam session di questo 'Prodromi'. La song in apertura, "40 Kiloparsecs", mostra immediatamente il carattere cosmico psichedelico del disco, con suoni che sembrano provenire dallo spazio profondo e una musica che potrebbe essere l'ideale colonna sonora per un viaggio intergalattico, con i suoi riverberi, i rumori e le voci rarefatte in sottofondo, ove pulsano anche un basso propulsivo e un drumming serrato, pronti a fiondarci nell'iperspazio. Cosi si entra in quello spazio avente un numero di dimensioni geometriche superiore a tre, perdendo i sensi in "Sleeping Waves", un brano che ci culla nella spedizione interstellare attraverso un wormhole che ci porta in quadranti diversi della nostra Galassia a saggiare suoni e colori di mondi alieni e sconosciuti, che fatichiamo probabilmente a comprendere, ma che evocano vibrazioni, sentori, pulsazioni, elucubrazioni, sperimentazioni che in passato sulla Terra, hanno appartenuto a band come Pink Floyd o alle improvvisazioni cosmico-minimaliste dei Tangerine Dream. Difficile spiegarvi come il disco dei Void Generator riesca ad evolvere nelle successive song, se non sono ben chiare nella vostra mente le origini di un genere, etichettato semplicisticamente come space-krautrock. Dovete aprire le vostre menti, prepararvi ad un incontro con suoni non convenzionali, perché raggiunto l'altro capo della Galassia, sarà impossibile far ritorno sulla Terra, a meno che non si entri in un tesseract, ove modificare il tempo e lo spazio per tornare a ritroso attraverso il tunnel spaziale, sperimentando la ridondanza di suoni che martellano il cervello e ci spingono fino all'ultimo baluardo da superare prima del collasso definitivo all'interno del buco nero generato dal suono dei Void Generator. Tutto più chiaro ora? Se non lo fosse, cosi come credo, sappiate che le elucubrazioni di questa recensione, sono il frutto dell'ascolto ad elevato volume di questo lisergico disco; provare per credere. (Francesco Scarci)

(Phonosphera Records - 2017)
Voto: 85

mercoledì 22 novembre 2017

Echolot - Volva

#PER CHI AMA: Psych/Stoner
Gli Echolot sono un trio stoner/psychedelic rock nato a Basilea nel 2014 e già al secondo album, 'Volva' appunto, prodotto dalla label Czar Of Revelations. L'artwork mostra una grafica molto accattivante che racchiude un profondo significato, alla base dell'album stesso. Come gli stessi Echolot hanno dichiarato qualche tempo fa durante un'intervista, 'Volva' in latino significa conchiglia o involucro. I testi dell'album e la musica stessa affrontano questo concetto a livello sociale, dove l'uomo ha sviluppano una propria corazza che si adatta per interagire con gli altri, ma allo stesso tempo è alla ricerca di un'indipendenza da essa per evolvere e crescere indipendentemente da questo guscio. Tutto questo è rappresentato dalla copertina dell'album appunto, dove il piede del scarafaggio acquatico Dytiscus è stato fotografato tramite un microscopio a scansione laser per mostrare le ventose che gli permettono di camminare sott'acqua. Un esempio di come il nostro guscio sia uno strumento importante per interagire con il mondo. Dopo questa divagazione scientifica, che comunque ci introduce accuratamente nel mondo degli Echolot, cominciamo a parlare della loro musica. I brani sono quattro e prima ancora di insorgere e gettare nelle fiamme questo 'Volva' classificandolo come EP, vi informo che in media essi durano tredici minuti, quindi prendiamo un profondo respiro ed lasciamoci trasportare dalla musica dei nostri. Le atmosfere dilatate sono forgiate dalla classica formazione rock, ovvero chitarra-basso-batteria con alcuni excursus vocali. I suoni sono prettamente vintage, usciti direttamente dai '70s con chitarre distorte ricche di fuzz e un caldo velo analogico che avvolge il tutto. "II" ci catapulta direttamente in uno spazio-tempo informe, dove riff di chitarra riecheggiano lontani, il basso pulsa come una battito ancestrale e la batteria sostiene la trama e la sua evoluzione strutturale. La voce ricorda antichi canti sepolti dall'incedere del tempo, ma che riemergono potenti quando stimolano il nostro subconscio primitivo e pagano. La band riesce ad alternare sapientemente passaggi doom e psichedelici, come in "III", un vero e proprio percorso sensoriale che appaga l'ascoltatore guidandolo in una progressione che passa dalla calma iniziale all'esplosione della parte centrale. Tutto sembra condotto dalla chitarra e dai suoi riff, in realtà la struttura è più complessa, non mancano sezioni drone/ambient come l'inizio di "V", dove suoni indefiniti accompagnano la sezione ritmica. In seguito trovano spazio anche alcuni inserimenti noise concepiti da chissà quale sintetizzatore o simili. Colour Haze, Mars Red Sky e Samsara Blues Experiment sono le prime somiglianze che mi vengono in mente pensando a gruppi attuali, ma basta guardare un po' più indietro per sentire Hawkwind, Pink Floyd e Black Sabbath. Un trip classico, sicuramente niente di nuovo sul fronte svizzero, ma cavolo, questi ragazzi ci sanno fare veramente. Un album ricco di atmosfera, musicalità e solidi arrangiamenti, che non ci fan rimpiangere di esserci persi i veri anni '70s, tanto ci sono band valide come gli Echolot che ce li fanno rivivere oggi. (Michele Montanari)

(Czar of Revelations - 2017)
Voto: 75

https://darkseacreature.bandcamp.com/album/volva

Profetus - Coronation of the Black Sun/Saturnine

BACK IN TIME:
#FOR FANS OF: Funeral Doom, Ahab
This was Profetus’ debut, originally released on April 29th, 2009, back then — and still now — is a masterpiece and a lesson in funeral doom metal. This re-release and limited edition includes the band’s debut and their first and only demo 'Saturnine'. Altogether make over 90 minutes of decaying and devastating anthems. An astonishing colossus of a record, where the album and the demo are two different entities that can be listened separately.

'Coronation of the Black Sun' is dark as the chasm, mystical music for a ritual of death, where there is no room for hope or light, and the cover artwork epitomizes this feeling superbly. As your eyes set in the artwork, you know this is something obscure and serious.

Funeral doom metal is a complex and difficult genre that challenges the listener and demands patience, and sometimes, very skilled bands reward patience with towering riffs and mythical passages. This is the case with Profetus debut. Unpretentious but confident guitar riffs take the lead, powerful chords make ambiance and the keyboard work creates a melody and an atmosphere so dominant that evokes the feeling of a black cathedral lost in the limbo.

A particular talent is needed to create gigantic anthems in length and keep your listening interested and heedful to the music, no easy task for sure, both to keep a pace and to be aware of your tempo as a musician. This is why funeral doom metal is so respected even though when is humbler than other genres and styles.

"Eye of Phosphoros" is the supreme song of the album. From the very beginning, the deep abyssal growls take you to the darkest of your thoughts, almost as ritualistic music, as a desolated landscape of doom and dark draws in the mind. It is monotonous and hypnotizing. Makinen’s vocals are really fitting to the music; the keyboards emulate a pipe organ adding a funerary aspect to the song. And the last 5 minutes… When the pipe organ strikes at the end of the song, is like something terrible, dismal and tragic has happened. The beauty of the last five minutes of the song is outstanding and once it hits you, it will keep inside you; female chants join as they were angels claiming for a lost soul. In funeral doom metal standards, this ending is perfection.

“Coalescence of Ashen Wings” is as gloomy as the previous one, but shorter. The highlight of this song is the atmosphere the melancholic guitars create as it is a more repetitive song, lacking an exceptional change of rhythm, although it has this passage where the guitars take control and deliver a sullen melody of doom, along with some heavy riffs and percussion work.

The last and catchiest song is “Blood of Saturn”, which is another masterpiece. This song, in particular, has a faster rhythm than previous ones, and it proposes a mournful melody from the very start, a melody that will take leadership throughout several moments of the song. In the second third of the song, we get a sudden change of pace that leaves the drums in the spotlight, reminding me a little of the funeral doom metal band Ahab. After this passage, we get back to the main musical theme, and we will have a moment of reflection minutes after, just to sink in the deepest of our thoughts as the song slowly dies.

'Coronation of the Black Sun' is a rock solid magnum opus of the funeral doom metal genre, but as this edition includes also the 'Saturnine' demo, I found something annoying, even though is just a little thing but it bothered me, and this is that in the demo the sound is stronger and heavier. Don’t get me wrong, it is not better, the main album is fine mixed and well mastered, but the demo sounds more aggressive and powerful, the drums are so authoritative that it sounds more proper to the music. 'Saturnine' has this claustrophobic sound that reminded me again of Ahab’s debut 'The Call of the Wretched Sea', and I think that this strength in the drums would have been perfect for 'Coronation of the Black Sun'. Musically, it is far from what they became and achieved, though. In conclusion, this is an album for posterity that will be revisited for years to come. (Alejandro "Morgoth" Valenzuela)

martedì 21 novembre 2017

Délétère - Les Heures de la Peste

#FOR FANS OF: Black, Forteresse, Csejthe
Rumbling, somehow awkward sounding guitars characterize the production of Délétère's first full-length, dated 2015. This is a sound one has to get used to. The massive and more or less lumpy mix contradicts the actually fine leads and melodies. This is not as bad as it sounds, because this kind of inner conflict gives "Les Heures de la Peste" a certain individuality. By contrast, the hoarse and baleful voice does not provide a special contribution. Sometimes icy, passionate screams appear that build a bridge to the most extrovert Scandinavian black metal singers. But this is not as bad as it sounds, too. To close this chapter, the production is not outstanding, but okay.

What about the musical content? Délétère originates from Quebec and they fulfil every expectation in terms of style. At least the fast sections of the duo's compositions lie in close proximity to the songs of their neighbours. I am speaking of Forteresse, Csejthe and comparable bands from the constantly boiling Canadian metropolis. One could also mention Sanctuaire if one leaves their ambient pieces out of consideration. But wait, the here reviewed work also houses some ambient elements. However, do not think of endless keyboard lines that wander alone through the barren prairie. Songs like "Aux Thaumaturges Égarés, une Étoil Nécrosée" create a desperate, sinister atmosphere without neglecting the metallic fundament. Lonely guitars deliver the soundtrack to a sad scenario while darkness falls over the land, but they are mostly accompanied by the infernally echoing lead vocals and the reliable rhythm section. By the way, this piece with a duration of more than seven minutes shines with its compositional coherence - and this coherence is no exception, but the standard. The dudes mostly deliver intelligently constructed tunes and this is not a matter of course when it comes to a debut work with eight songs that clock in after 48 minutes.

The album - which is equipped with a stylish booklet - generates a very uncomfortabe feeling due to its strict leads and the painful yelling. The ecclesiastical choirs at the end of "Une Charogne Couronnée de Fumier" also create ambivalent emotions, to say the least. It is amazing to see that both sides of the band work very well. The raging outbursts and the atmospheric sections complement each other in a good manner. "Credo II" is the prime example. Its Forteresse-like high velocity parts shine with fascinating leads and pure vehemence, while the gloomy yet extremely heavy episode which sets in at 2:40 minutes delivers the perfect supplement. No doubt, it seems as if Quebec has become a guarantor for high class black metal with an unmistakable flavour. To cut a long story short, if one likes cascades of guitar lines, fervent vocals and a high degree of dedication, "Les Heures de la Peste" has a good chance of becoming his or her album of the month. Great songs like "Le Lait de l'Essaim" are not ten a penny. Indeed, the mostly fantastic compositions let me forget the slightly dubious production. Honesty speaking, I want to hear more of Délétère. (Felix 1666)
 
(Sepulchral Productions - 2015)