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mercoledì 29 agosto 2012

Necrovation - Necrovation

#PER CHI AMA: Death, Mithras, Morbid Angel
Quanta nostalgia stavo patendo nell’ultimo periodo, mi mancava la recensione di un qualche killer album, uno di quelli che dal primo all’ultimo secondo, non ti dà tregua, non ti consente di rifiatare un solo secondo, ti strazia i timpani con un riffing efferato, diretto e serrato. Ed eccomi accontentato, almeno in parte. Direttamente dalla Svezia, patria che ha dato i natali a Grave, Dismember ed Entombed, giusto per fare tre nomi a caso, ecco arrivare i Necrovation, il cui nome è certamente un programma. E signori, che album… Ebbene, non una pausa, non un attimo di quiete, ma solo l’incedere furibondo di chitarre, mai troppo pesanti a dire il vero, che, come un sasso rotolante nella sabbia, danzano al ritmo di mefistofeliche melodie. I primi nomi che mi vengono alla mente sono quelli degli inglesi Mithras e Ackercocke, ma per il pestilenziale feeling emanato, sicuramente i Morbid Angel, quelli di “Blessed are the Sick” e “Altars of Madness”, andrebbero citati al primo posto. Le song si susseguono veloci, una dopo l’altra, con delle durate che si assestano sui cinque minuti, in cui la band scandinava mette in mostra i muscoli, grazie ad una tecnica ineccepibile, ad un buon gusto per le melodie di vecchia scuola (anche gli Slayer andrebbero annoverati tra le influenze di questo lavoro omonimo) e per le cupe ed infernali ambientazioni che odorano di zolfo (“Pulse of Towering Madness” ne è un esempio), sfociando in taluni isolati casi, addirittura in territori doom. La cosa sconvolgente che rimane alla fine, è la disinvoltura con la quale i Necrovation si muovono all’interno di tutti questi ambiti, death, thrash o doom che siano, bravi, non c’è che dire. Ultima menzione a “The Transition”, sinistra traccia strumentale che vede il largo utilizzo anche di chitarre arpeggiate, una danza venduta al diavolo, in cambio delle anime dei dannati. Diabolici! (Francesco Scarci)

(Agonia Records)
Voto: 75

lunedì 27 agosto 2012

The Ocean - The Grand Inquisitor

#PER CHI AMA: Post Metal
I The Ocean non li scopriamo certo oggi, non starà certo a me infatti dirvi chi sono o cosa hanno fatto, mi limiterò semplicemente a dire che cos’è questo “Grande Inquisitore”, ovvero un EP di quattro tracce uscito esclusivamente in vinile, in 302 copie (andate esaurite in pre-order), in ristampa ed in uscita ad ottobre (in 250 limitatissime copie), ancora una volta con due differenti artwork. Le prime tre tracce qui contenute, figuravano già in “Anthropocentric”, mentre “Exclusion From Redemption”, unreleased track (anche se appare in una qualche edizione limitata), va a completare il concept tematico dei primi tre capitoli che si riferiscono ai “Fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij. Quindi una vera e propria mossa commerciale della Pelagic Records, che per cavalcare l’onda del successo della band berlinese, rilascia questo EP, che sinceramente mi sento di consigliare esclusivamente ai collezionisti o a quei fan che dei The Ocean vogliono avere tutto, ma proprio tutto. La musica del “Collettivo” la conoscete fin troppo bene, non c’è nulla di nuovo qui dentro per cui valga realmente la pena spendere qualche parola. Il lavoro rimarrà senza voto, un bel 4 invece alla label tedesca, assai vogliosa di spillarci i residui quattrini. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records)
Voto: S.V.

http://www.theoceancollective.com

sabato 25 agosto 2012

Vampillia - Rule the World/Deathtiny Land

#PER CHI AMA: Metal a 360°
Quando ci si imbatte in opere di questo calibro, bisogna togliersi il cappello e inchinarsi, non ci sono parole per spiegare tanta genialità in un unico cd dalla durata di 25 minuti con 24 brani tra cui il più lungo dura 3 minuti e 11 secondi!!! I Vampillia vengono da Osaka e sono stravaganti come tante band che vengono da quelle parti (vedi Dir En Grey o Malice Mizer). Sono un collettivo di 11 elementi tra cui tre cantanti, violino, piano , un dj, un combo metal etc... Loro si definiscono una “Brutal Orchestra” e vi spiegherò il perché brano per brano. L'album è come un concept e si divide in due tracce che danno il titolo al cd, anche se in realtà le tracce sono 24 all'interno del dischetto e tutte insieme ci raccontano di un uomo che ha l'ambizioso sogno di dominare il mondo per mettere in pratiche le sue folli e poco convenzionali intenzioni. Si apre il sipario e troviamo subito due suite per violino e piano che ci devastano di tristezza; anche la terza traccia si apre sulle note di archi, violino e pianoforte ma come per incanto in sottofondo un caos calibrato crea il panico con una doppia cassa velocissima e una chitarra super thrash che si colloca su vocalizzi lirici di voce femminile e growl violenti e folli ci percuotono per la bellezza in neanche due minuti. La quarta traccia calca ancora la mano e sulle note disperate di un violino vagamente gitano ecco porsi un pianoforte da film muto anni '30, ancora lirica e growl animaleschi e un tiro in sottofondo che ricorda i Die Apokalyptischen Reiter in salsa noir. La quinta traccia è più lunga della prima e dura 1 minuto e 57 secondi e qui tutto come nella prima traccia, solo che le partiture si complicano e si sposano con una scrittura da musica classica, maestosa e potente con finale corale che ricorda vagamente le arie epiche di Verdi. Il sesto brano ha il ritmo di una polka e unisce la follia dei Boredoms con il sound di Uz Jsme Doma (storica band di rock in opposition dalla repubblica ceca), il tutto in soli 15 secondi. In 16 secondi riescono a fondere follia canora da camera con il miglior brutal intellettuale. Nel minuto e quindici successivo evocano la tristezza dei My Dying Bride, magistralmente cantata con voce spudoratamente clonata al miglior Tom Waits e poi cori lirici, e voci sghembe e via di pesante metal sinfonico e claustrofobico per un finale epico. La prima metà della traccia nove potrebbe essere un esperimento degli ultimi Death in June e poi tanto violino così si entra nella track10 che mescola gli strani ritmi post rock dei June of '44 con gli Alboth più taglienti e sperimentali con innesti di lirica, voce sussurrata alla Marylin Manson, growl e screaming devastanti. La track 11 cambia i toni, mostrando una piega doom subito tradita dalla track 12 che tramuta i Vampillia in una costola dei mitici Naked City del grande John Zorn in soli 20 secondi. La tredicesima traccia dura 4 secondi! E chiude la precedente! Traccia 14 e 15: un piano ricco di pathos per un totale di 1 minuto e 85 secondi. La track 16 mostra ancora il fantasma gotico dei My Dying Bride e ci introduce al brano più lungo della compilation, ovvero 3:08 di tristissima, estrema sperimentazione in chiave metal che riprende il tema d'inizio album. Con la track 18 si entra in un'atmosfera surreale, tagliata da un'assurda virata in stile ska ala Specials, per concludere in pompa magna teatrale. Inizio metallico per il diciannovesimo pezzo ma in stile decadente, devastante e cabarettistico in puro stile Vampillia. Una maratona. Siamo al ventesimo brano che in 22 secondi ci frusta il cervello con un metal psicotico da sballo. Il 21 continua la follia mentre il ventiduesimo sembra una cover di qualche colonna sonora di quei film russi di una volta... Penultimo e ultimo brano, qui la follia imperversa a dirotto; siamo a metà strada tra certa new wave di fine anni '70 e le deviazioni canore della migliore Nina Haghen. Non posso aggiungere altro: so che i Vampillia non hanno un contratto e solo questo lavoro è uscito per la Code666 e che nel frattempo hanno registrato un nuovo split/cd con i Nadja. Ci sono tantissimi gruppi al mondo ma quando si trova un lavoro così ci si ferma a pensare se non valga la pena almeno per una volta essere veramente pazzi!!! Un album da 110 e lode!!! (Bob Stoner)

(Code 666)
Voto: 110

http://www.vampillia.com/

Kausalgia - Farewell

#PER CHI AMA: Death/Black con venature Dark, Thy Serpent, Black Sun Aeon
La cura per il caldo torrido di quest’estate? Trasferirsi in Finlandia ovviamente, oppure trasferire la Finlandia a casa nostra ed ecco che i cinque membri dei Kausalgia potrebbero fare giusto al caso nostro. Da Uusimaa ecco giungere tra le mie mani l’EP di debutto dell’atmosferico quintetto finnico, che ha da offrire quattro brillanti tracce di black death, spruzzato da venature darkeggianti. Si parte con “Reincarnated”, song che immediatamente richiama i conterranei Thy Serpent, quelli più melodici, occulti, oscuri e lenti, che possono etichettarsi come black, esclusivamente per le harsh vocals del suo frontman, Markus Heinonen, in quanto poi la musica dei nostri viaggia su binari alquanto tranquilli. “The Drug” però, ci desta dal torpore in cui eravamo sprofondati con la opening track, sprigionando tutta la sua energia attraverso una ritmica tirata, in cui in sottofondo si evidenziano intriganti (ma poco invadenti) tastiere, che indicano la strada da seguire alle chitarre, spesso assai ispirate, come a metà brano, dove si concedono il lusso di un’apertura acustica, seguita da un piacevole bridge. L’alone mistico e la vena malinconica che permea i testi dei nostri lapponi, si riscontra anche nelle gelide atmosfere di “Lupaus” per un esito finale a dir poco coinvolgente e pieno di spunti vincenti, per una band che, nata dalla ceneri degli Hypotermia, dimostra di avere talento e voglia di incantare gli amanti di sonorità invernali. Eccolo il fresco che arriva da nord, a ritemprare questa infernale estate; sta tutto nelle note di “Farewell”, un lavoro che gioca attorno a goduriosi mid-tempo che potranno indurre diversi paragoni, con i connazionali Black Sun Aeon o i Before the Dawn, ma che in realtà vanno a collocare i Kausalgia accanto alle suddette band, anzi a dischiuderne la strada verso una potenziale brillante carriera. Ah dimenticavo, la conclusiva title track racchiude nei suoi 12 minuti anche una splendida ghost track in cui il roboante suono del basso (accompagnato da vivaci tastiere e chitarre) sembra addirittura arrivare direttamente dall’immortale “Heaven and Hell” dei Black Sabbath. Meritevoli della vostra attenzione. (Francesco Scarci)

Warseid - Where Fate Lies Unbound

#PER CHI AMA: Viking/Progressive, Amon Amarth, Cynic
Sicuramente mi sto spingendo veramente in profondità nell’underground per fare cosi fatica a reperire informazioni sulle band che sto recensendo nell’ultimo periodo; poco importa quando è poi la musica a parlare. Oggi è il turno dei vichinghi statunitensi Warseid, proveniente dal Wisconsin, la cui proposta è di sicuro legata alla tradizione nordica europea, in quanto le quattro tracce di “Where Fate Lies Unbound” richiamano Odino e il Valhalla, e le ormai mitologiche battaglie nelle lande scandinave. I Warseid sono i nuovi portabandiera del viking metal oltreoceano, mischiando nel proprio sound, feroci cavalcate death con l’epico ardore che ha reso grandi gli Amon Amarth e il risultato, che talvolta trascende l’ordinario, sconfinando addirittura in preziosismi techno death, ha del miracoloso. Quattro brillanti tracce, per poco più di trenta minuti, che si esplicano attraverso le quattro parti che costituiscono il concept che si cela dietro questa release, in cui una larga componente folk vede trovar posto in “Frost Upon the Embers”, mentre il sound dei Warseid strizza l’occhio ai Cynic in “The Vengeance Pact”, dimostrando l’ampia ecletticità ed intelligenza di questi baldi ragazzoni che salgono alla ribalta con una proposta articolata, originale, variopinta e ricca di spunti interessanti, in grado di prendere facilmente le distanze dai ben più famosi colleghi svedesi (o finlandesi, per cui mi vengono in mente i Thyrfing), arrivando ad insinuarsi in territori che probabilmente appaiono ancora del tutto inesplorati: difficile infatti immaginarsi un death ipertecnico, brulicante di accenni folkish (soprattutto nella lunga e bucolica conclusione di “Farewell” dove tra flauti, archi e strumenti tipici della tradizione folk, i nostri ne combinano di tutti i colori), progressive, black (ma solo per lo screaming di Logan Smith che si contrappone al cantato pulito di Joe Meland) e partiture heavy classiche, in cui i nostri abilmente si districano. Ottimo convincente lavoro. Da risentire quanto prima con una release più lunga, per valutare se i tempi sono già maturi per etichettare i Warseid come dei veri e propri fenomeni… (Francesco Scarci)

Minotauri - II

#PER CHI AMA: Doom, Black Sabbath, Candlemass
I finlandesi Minotauri hanno rilasciato il loro secondo e molto probabilmente anche ultimo capitolo (dato lo split immediatamente successivo al rilascio del Cd), intitolato semplicemente “II”. La band, formatasi nel 1995 per mano di Ari Honkonen, mente dei metallers Morningstar, con l’intenzione di proporre un sound più lento del suo gruppo principale, ci offre un mix di sonorità a metà strada tra gli anni ’70 (sul genere di Pentagram, Black Sabbath e Sarcofagus) e suoni un po’ più moderni, sulla scia di quanto fatto dai connazionali The Orne e Reverend Bizarre. Dieci brani (la mia è la versione con tre bonus track) per 47 minuti di musica, che sicuramente faranno la gioia degli amanti di questi suoni, per chi ha una certa nostalgia per le epiche cavalcate dei primi magnifici lavori dei Candlemass e per chi è in cerca di suggestive ambientazioni seventies. Ci tengo sempre a sottolineare che di originale qui c’è poco nulla, ma “II” rappresenta una sorta di celebrazione dei grandi gruppi doom del passato: melodie malinconiche, chitarre distorte e dal lento incedere, basso ipnotico, clean vocals e una grezza produzione, riassumono in poche parole “II”. Forte, dicevamo è l’influenza dei Black Sabbath (era Tony Martin), grazie ai quei richiami chitarristici che hanno reso grandi i mostri sacri, cosi come pure alle ottime vocals di Ari, oscure e spettrali, come contemplato dal genere, e che talvolta ricordano, l’ahimé scomparso, Quorthon. Qua e là si odono anche cenni alla tradizione nordica: “Doom on Ice” ad esempio, riesce, nel suo incedere apocalittico, a rievocare melodie vichinghe tanto care ai Bathory di “Hammerheart”. Insomma, se siete degli amanti del doom, nello stile di St. Vitus, Reverend Bizarre, Trouble, Pentagram e Candlemass, troverete il secondo lavoro dei Minotauri estremamente affascinante. Poi, trattandosi anche del canto del cigno della band finlandese, l’ascolto è d’obbligo. (Francesco Scarci)

(Firebox Music)
Voto: 80

http://firebox.fi/label/

H.O.P.E - Reason and Divine

#PER CHI AMA: Black Pop Symph., Muse, Dimmu Borgir
Quando ho inserito il cd ho avuto una specie di mancamento, in quanto la partenza di questo incredibile “Reason and Divine” non poteva non ricordare i Muse per le vocals e la musica rock melodica proposta; mi sono bastati pochi minuti però, per capire che quest’imprevedibile lavoro, contenesse anche celata furia black/death e maligne vocals, capaci di disorientare non poco l’ascoltatore. Gli H.O.P.E (acronimo che sta per Human or Pain Existence) rappresentano il side project di Nicolas Alkariis, un musicista francese che, stanco delle solite sonorità black/death, ha pensato di comporre la sua prima geniale release, avvalendosi per l’occasione di alcuni sessions. Come dicevo, l’apertura è affidata a “An Ordinary Morning”, un brano che sembra estrapolato dai primi lavori dei Muse, con quelle sue dolci vocals (affidate a Ruddy, molto simile a Bellamy, leader della band inglese) e quelle sue linee melodiche di chitarra e tastiera. Dopo un paio di minuti accade l’imprevedibile: fanno irruzione delle malvagie growling vocals e un tappeto chitarristico/tastieristico degno della miglior produzione black sinfonica. Inebrianti, originali, imprevedibili, gli H.O.P.E sono entratti immediatamente nella mia schiera di band di cui devo mantenere traccia costante. Si passa alla successiva “Le Chậteau Noir”, inizio vellutato, poi attacco violento affidato alle chitarre pesanti di Guillaume e ai campionamenti, che hanno un ruolo predominante nell’economia del disco; un fantastico assolo conclusivo conclude probabilmente il brano più bello del cd. La terza traccia richiama i monegaschi Godkiller, per quel suo portentoso uso dell’elettronica, quelle sue cavalcate cibernetiche, il massiccio uso di tastiere e, da brividi, è la parte centrale con l’alternarsi tra chorus femminili, l’angelica voce di Ruddy e il growling maligno di Athervos. Non c’è niente da fare, ascoltare quest’album sarà, anche per voi un’esperienza fuori dal comune, una sorta di Muse in versione cyber electro-death. Emozionanti... sarà dura per i deathsters più puri avvicinarsi a tale opera, ma per chi è aperto mentalmente, troverà delizia per le proprie orecchie; sarà invece, sicuramente più facile per i rockettari, dare un ascolto a questa meravigliosa idea partorita da Nicolas. Le coordinate stilistiche di “Reason and Divine” proseguono su questi binari, sfoggiando ottimi brani, dando prova di un’eccellente perizia tecnica, un bizzarro gusto per le melodie e per le atmosfere autunnali, malinconiche, goticheggianti e psichedeliche, una perfetta commistione di generi, che farà la gioia degli amanti dell’avantgarde. Accostabili a nomi del calibro di Manes, The Maldoror Kollective e Dodheimsgard, gli H.O.P.E ci fanno capire, attraverso la loro genialità, che la scena metal è viva più che mai e che in futuro ne sentiremo veramente delle belle; e io, non vedo l’ora... (Francesco Scarci)

(Blackage)
Voto: 85 

Savior from Anger - No Way Out

#PER CHI AMA: Heavy/Thrash, Over Kill
Mcd di debutto per la band napoletana dei Savior from Anger, nata da una costola dei Nameless Crime grazie alla volontà del coriaceo chitarrista Marco Ruggiero. Il mcd, contenente quattro pezzi, anticipa quello che sarà l’album del 2009, "Lost In The Darkness". La direzione musicale del quartetto partenopeo continua quanto già fatto precedentemente da Marco nelle altre band ove ha suonato, mostrando però una vena più rock orientata. A differenza infatti di Landguard e degli stessi Nameless Crime, qui si respira un’aria più leggera, più rock’n roll se vogliamo, con una forte influenza derivante dai Judas Priest, anche se negli iniziali riffs di “Claustrophobia” e nella title track, per un attimo ho pensato di avere fra le mani il nuovo disco degli Over Kill. Poi le cose prendono una loro forma definita: rocciosi riffs heavy metal, che forse puzzano un po’ di vecchio, ma credo che alla fine sia il risultato voluto dall’act napoletano, mostrano una buona presa sull’ascoltatore. La voce di Alessandro Granato cerca di rievocare in taluni tratti quella di Bobby Blitz Ellsworth, tuttavia consiglio una maggiore personalizzazione nel cantato. Palma come miglior brano alla conclusiva “Killing Greed” per quel suo break centrale spagnoleggiante e l’ottimo assolo. “No Way Out” è in definitiva una cavalcata di una ventina di minuti, che sicuramente farà la gioia dei nostalgici dell’heavy metal anni ’80, che darà invece modo ai curiosi di scoprire quali interessanti novità il suolo italico si prepara a rilasciare.(Francesco Scarci)

Diachronia - Absolute Time

#PER CHI AMA: Death/Black con venature heavy, Emperor, Arcturus
Dalla città di Bielsko-Biala (nel sud della Polonia) ecco arrivare una delle band più sottovalutate della storia del black metal. Se fossero nati in Norvegia o Svezia, sicuramente avrebbero ottenuto un grandissimo successo invece, dopo l’ottimo cd del 2000 “XX’s Decline”, se ne persero le tracce e considerai la band sciolta. Qualche tempo fa invece ho trovato il loro link su myspace e li ho contattati: il risultato è che ora ho fra le mani il loro secondo lavoro ormai datato 2006. Il genere proposto dal quintetto polacco è un brillante mix di death black metal sinfonico, assai intelligente e soprattutto contraddistinto da ottimi assoli, merce assai rara nel black. I nostri attaccano con otto belle songs dirette, tirate ma mai eccessivamente, con una base melodica di fondo sempre ben definita e orecchiabile (so che è una parola che non vi piace), grazie alla magnifica prova alle tastiere di Robson che crea meravigliose ambientazioni in stile Dimmu Borgir. Devo ammettere che la band è davvero preparata sotto ogni punto di vista: tecnica, esecuzione, gusto per le melodie e originalità della proposta. Non siamo di fronte al solito clone di Cradle of Filth e Dimmu Borgir sia ben chiaro: l’act polacco ha una propria personalità ben definita, che palesa attraverso la sintesi di aggressività, avanguardia, brutalità e melodia. E poi ci sono quegli ottimi assoli, che valgono sicuramente il prezzo del cd: graffianti riffs che, riprendendo dalla scuola classica degli Iron Maiden, garantiscono un risultato sorprendente. Cosa volete che aggiunga ancora? Se siete degli amanti del black sinfonico alla Emperor o delle prime cose degli Arcturus, ma prima ancora dell’heavy metal nella sua accezione più generale, beh contattate assolutamente la band!!! (Francesco Scarci)

sabato 18 agosto 2012

Persefone - Core

#PER CHI AMA: Black/Death, Dimmu Borgir, Opeth
E anche il piccolo stato di Andorra ha la sua band metal: si tratta dei Persefone e “Core” rappresenta il loro secondo lavoro (originariamente rilasciato nel 2006 solo in Giappone e successivamente anche nel resto del mondo, attraverso la Burning Star Records), dopo “Truth Inside the Shades” del 2004. Il sestetto, formatosi nel 2001, propone un sound a cavallo tra il death (per ciò che concerne le ritmiche) e il black sinfonico (per quanto riguarda gli arrangiamenti e le orchestrazioni). Sicuramente molte sono le fonti di ispirazione per il combo, ritrovabili in acts quali Borknagar, Arcturus o Old Man's Child, senza tralasciare neppure le sonorità di Opeth, Orphaned Land e Symphony X. A leggerla così, sembrerebbe di trovarsi fra le mani un bel pacco bomba, in realtà, la proposta dei nostri non è ancora del tutto matura (lo sarà nel successivo "Shin-ken"), anche se si intravedono ampi margini di crescita. Le idee ci sono, e anche buone devo ammettere, basta avere i mezzi adeguati ed una guida esperta, che possa indicare la giusta via a questa giovane band. “Core” è un concept album, diviso in tre parti, narranti la storia di Persefone, la mitologica dea greca dell'oltretomba. La musica dei nostri è poi, come già detto, un mix di death metal, con originali divagazioni in ambito progressive (stile Dream Theater) grazie ad eccelsi virtuosismi dei singoli e alla complessità delle ritmiche (ascoltare la bellissima quarta traccia “To Face the Truth” per capire di cosa stia parlando); accanto al prog death metal sono udibili gli accenni al black sinfonico, con chiare orchestrazioni di derivazione Dimmu Borgir e un elegante avantgarde di scuola Arcturus. La presenza di una vocalist femminile ammorbidisce lo screaming feroce (da rivedere) del cantante (che si trova a ringhiare anche in formato growl e clean). Eccellenti tastiere, a testimoniare la vena progressive dei nostri, parti semi-acustiche e oscure melodie, completano un lavoro assai articolato e sicuramente di non facile presa. Lasciatevi anche voi rapire dalla magia di “Core”! (Francesco Scarci)

(Burning Star Records)
Voto: 75

Last Mistake - Living Again

#PER CHI AMA: Hard Rock, Scorpions
Altra band italiana, formatasi in quel di Formia nel 1998, questo è il loro secondo lavoro, dopo “Last Mistake” uscito nel 2007; aggiungo solo che non ha nulla da invidiare ai nostri cantautori di vecchio stampo. "Escape" si apre con note sintetizzate e chitarra distorta, per introdurre l'ascoltatore ad un viaggio nei meandri del rock più puro. "Living Again" ricorda in modo impressionante il sound degli Scorpions, con la voce tendente all'acuto e chitarre a tutto spiano, per un tripudio di puro rock: il ritornello tende ad essere molto melodico, con un risultato sorprendente ed un assolo di chitarra ricordante i Queen, band da cui hanno preso ispirazione. Con "Alive" il sound si fa più aggressivo, dalle sonorità più profonde, ma mantenendo sempre un tocco melodico. In sottofondo si possono anche udire note di synth, che danno un'impronta anche orientaleggiante al brano, rendendolo così particolare che sarà impossibile dimenticarlo. "Locked" ha un'impronta più progressive, con ampio spazio alle tastiere e alla chitarra acustica: impercettibili sono le note “spagnoleggianti”, ma aiutano a dare un tono più ricco e vario al brano, senza farlo scadere nel banale. "Time to Shine" ricorda fortemente i Pink Floyd, con le chitarre suonate delicatamente, la voce che si accompagna al sound e la chitarra distorta che sottolinea il tono di voce usato, accompagnato anche da tocchi di pianoforte. L'assolo di tastiera riprende il leit motiv del progressive rock, rendendo questa traccia una perla di rock italiano. "Ladytime" riprende il sound degli Scorpions, ma aggiungendovi anche elementi orchestrali: il risultato è un brano solenne, semplice e vario al tempo stesso, che si avvale di nuovi elementi man mano che procede: una sorpresa dentro la sorpresa, insomma. Persino la voce, che sembra troppo melodiosa, con la parte orchestrale, si adatta perfettamente e non risulta pesante all'ascolto. "I Will Live There" invece è potente, più vicina al metal che al rock puro, con note di synth che supportano gli altri elementi della band creando un brano di difficile catalogazione, ma a mio avviso di una spettacolarità sorprendente: questa è una delle tracce dell'album che preferisco, con alla fine batteria e tastiere che danno il meglio di se stesse. "Your Song" è più acustica, con la chitarra classica e il pianoforte all'inizio, con chitarra elettrica appena percettibile e batteria che riprende le note di “Time to Shine”. Verso il ritornello poi la chitarra elettrica si fa sentire di più, per poi tornare dietro le quinte. "Push" presenta il cantato in falsetto, mentre le tastiere sono in primo piano: il risultato è un brano molto leggero, da synth-pop degli anni '80, creando un'atmosfera irreale e a tratti ilare, ma senza dimenticare un puro assolo di chitarra. "Fate" è energica ed intensa, con le keys portate al picco più alto mentre chitarra, basso e batteria accompagnano il tutto con una verve più stile Europe. Arriviamo, purtroppo, alla fine del viaggio con "The Silent Room": pianoforte per cominciare, atmosfera inquieta, voce bassa, un pizzico di malinconia ma un favoloso assolo di chitarra in puro stile Guns'n'Roses, che lo rende singolare. È con delle note di pianoforte in scala che si chiude questo viaggio nelle band che hanno segnato la storia del rock. Per concludere, questo è un lavoro da non lasciarsi scappare, soprattutto per la varietà di suoni, di tributi e di cambi di ritmi che presenta: per i nostalgici del progressive rock, consiglio vivamente questo acquisto: non ve ne pentirete. Sono curiosa di sapere come sarà il loro nuovo lavoro. (Samatha Pigozzo)

(Uk Division Records)
Voto:75
 

Land of Mordor - Still Awake...

#PER CHI AMA: Death/Power Metal
Nel mondo del death metal spagnolo, ho trovato una piacevole sorpresa: si tratta dei Land of Mordor (saranno mica dei fan di Tolkien?), band non più tanto giovane (si è formata nel 2001) che con il loro primo ed unico lavoro, "Still Awake...", ci delizia con il loro album, dall'ascolto molto molto interessante ed entusiasmante. "Still Awake..." si apre con una piacevolissima sinfonia di batteria martellante, chitarre portate all'estremo ed una dolce voce roca e cavernosa, che rende il tutto più piacevole all'ascolto. "Crimson Peace” è un brano pregno della miglior rabbia e in grado di scatenare tra i migliori headbanging: urla, furia, ritmi al cardiopalma sono le parole più corrette per definire questo brano: direi che si comincia alla grande, grazie anche alle atmosfere epiche degne delle opere di Tolkien. “Russia” è già un po' più melodica rispetto alla prima, ma solo all'inizio: dopo poco si torna al ritmo serrato iniziale, sebbene alternato da pause spaesanti e da atmosfere grandiose e fantastiche, in cui la mente non può fare a meno di immaginare le lande desolate della trilogia dell'Anello e intraveda le cariche di numerosi eserciti in marcia: all'attacco cavalieri! Dopo essere stata trasportata (forse anche con troppa enfasi) dal secondo brano, con “Unholy Terror comes” si torna al death più puro, con qualche rimando ai suoni più datati, ma dall'impatto devastante: qualcuno mi tenga ferma, che con i Land of Mordor è difficile stare seduti immobili a scrivere. Sono convinta che dal vivo possano creare un oceano in tempesta. Assoli di chitarra assistiti dalle keys (con tanto di nota modulata) rendono ancora più viva questa traccia, che riesce addirittura a portare l'ascoltatore ad imparare i ritornelli e a cantarli mentre i capelli fendono l'aria. Con “Darklord (the Executioner)” il ritmo si prolunga per altri cinque minuti, mentre la tastiera si prende tutto il palco ed accompagna la chitarra, riuscendo a meraviglia a tenere un ritmo palpabile: la voce di Alex Yuste è sempre cavernicola, il che è un bene (una voce in falsetto avrebbe fatto sbellicare dalle risate). Un pensiero per le femminucce c'è sempre: dopo tutto il death metal non è ascoltato solo dai maschietti. Per questo motivo, in “A Kiss of Hope” troviamo la special guest Elisa C. Martìn. Ma il nome non mi è nuovo... infatti la si trova anche in un'altra band, sempre recensita da me: i francesi Fairyland. La sua voce candida e delicata, associata a quella un po' più brutal, ricorda molto l'accoppiata “bene-male”. L'assolo di pianoforte è l'unico momento di tranquillità che troviamo nell'album: gotevelo finché potete, perché poi penserà Alex Yuste a destarvi dal momento di relax ritagliato. Il brano, però, si chiude con note soavi di pianoforte. L'album si conclude con un'altra versione di “A Kiss of Hope”: più corta (senza l'assolo di pianoforte), per chi magari non ama molto la quiete di questo strumento. In conclusione c'è ben poco da dire, se non di consigliare questo acquisto e di tenere controllata questa band: non vedo l'ora di poter ascoltare il loro nuovo lavoro. (Samantha Pigozzo)

(Alkemist Fanatix)
Voto: 80
 

giovedì 9 agosto 2012

Prosperity Denied - Consciousless

#PER CHI AMA: Black/Hardcore
La viennese Noisehead Records, dopo la non brillante prova dei Misbegotten, ci riprova con gli austriaci Prosperity Denied e ahimè il fiasco è ancora dietro l'angolo. Il terzetto, nato nel 2006 da una costola dei Ravenhorst, propone l'ennesimo esempio di death metal, sporcato da influenze derivanti dall'hardcore, dal punk, dal grind e addirittura dal black metal. Il risultato è sfortunatamente non dei migliori: undici tracce super aggressive, incazzate, veloci, taglienti, ma come se ne ascoltano a migliaia in giro ogni giorno. Chitarre ruvide, non troppo pesanti, una voce al vetriolo (non troppo brillante), una batteria che bada più alla quantità che alla qualità, confermano quanto già detto: tra le mani non ci troviamo niente di nuovo ed interessante. A meno che non siate fans sfegatati di questo genere, di cui tutto è già stato scritto e ripetuto una infinità di volte, lasciate pure perdere. (Francesco Scarci)

(Noisehead Records)
Voto: 55
 

Demolition - Relict IV

#PER CHI AMA: Thrash Bay Area, Testament
"Relict IV” ha il pregio di saperci riportare, con il suo sound a metà strada tra il thrash stile Bay Area e il death metal, ai favolosi anni '80, in cui nel mondo impazzavano Testament, Megadeth, Over Kill, Slayer e Metallica. Il quintetto austriaco dei Demolition, pur non tirando fuori dal cilindro nulla di nuovo, nei 36 minuti a disposizione nel loro quarto lavoro, riescono a condurci in un vortice burrascoso di selvaggio metal estremo. Come citato nel flyer informativo del cd, “Relict IV”, potrebbe essere accostabile a “Demonic” dei già citati Testament, per quel suo thrash dai toni molto accesi. Il quintetto tedesco va subito al sodo: dopo una brevissima intro, ci attacca subito con una serie di pezzi belli tosti, violenti, ben suonati che ricordano un ibrido tra la band di Chuck Billy e soci e gli svedesi Hypocrisy. Partiture massicce, ritmiche sostenute da due ottime asce, brillanti e travolgenti assoli e le vocals maligne di Wolf Sussenbeck (ex Darkside), rendono la quarta release dei Demolition un'appetibile cd da avere nei nostri scaffali, ideale per ricordare e rinverdire i favolosi anni ormai andati. Questo è metal muscolare, incazzato e trascinante. Granitici! (Francesco Scarci)

(Twilight Zone Records)
Voto: 70


Misbegotten - Keeping Promises

#PER CHI AMA: Thrash/Hardcore
Quinta release per gli austriaci Misbegotten e sinceramente, è la prima volta che li sento nominare, ma passiamo oltre a questa sottigliezza. La proposta del quintetto, in giro già dal 1993 e che ha supportato band del calibro di Obituary, Pro Pain e Grip Inc., è sinceramente un po' noiosa e abulica. Non s'inventano nulla di nuovo in queste dieci tracce, i nostri sanno solo spararci in pieno volto, un mix di thrashcore sorretto dalle tipiche sporche chitarre hardcore e altre (e forse qui sta l'unico vero elemento interessante) che talvolta richiamano riffs di scuola Iron Maiden (nella traccia iniziale è ben più palese questa influenza). Le rozze vocals di Andreas Forster, la ritmica selvaggia, i soliti breaks e qualche discreto assolo o bridge, rendono “Keeping Promises” il tipico album che nulla ha da chiedere, se non un rapido ascolto, solo da chi mastica quotidianamente questo genere di musica. Gli altri, per carità, si tengano alla larga... (Francesco Scarci)

(Noisehead Records)
Voto: 55


Divinity - Allegory

#PER CHI AMA: Death grooveggiante, Darkane, Meshuggah
Interessante questo lavoro che mi ritrovo fra le mani da recensire: pur non aggiungendo granchè di nuovo alla miriade di band che ci sono in giro, il sound dei canadesi Divinity è veramente trascinante nel suo incedere schizofrenico. Dieci funamboliche songs di un death metal assai violento, contraddistinto da svolazzanti fraseggi groove, sfuriate al limite del grind, growling cavernosi e vocals ruffiane (talvolta quasi emo); chitarre graffianti, assoli taglienti, ritmiche pesantissime e melodie aliene, completano un lavoro da segnare assolutamente sul proprio taccuino e farlo proprio. Si insomma, di tutto un po' penserete voi, però ciò che risulta appetibile in “Allegory” è come ben si amalgamano tutti questi elementi tra loro. La band di Calgary è sicuramente influenzata da una serie di band, che vanno dai Death (e chi non è influenzato da loro alzi la mano) ai Meshuggah, passando dagli Into Eternity; complice poi una produzione veramente potente e moderna, opera del buon Tue Madsen (Dark Tranquillity e The Haunted), potete ben capire cosa bolle in pentola. In certi frangenti, la proposta del quintetto nord americano, mi ha suggerito che il loro sound possa essere accostabile a quello dei Darkane, con un forte richiamo alla musica progressive con inoltre, ricercate chitarre catchy, riffs thrash assai intricati e liriche che trattano il tema della battaglia dell'uomo contro la tecnologia, contro l'abuso di sostanze e il chaos dell'esistenza. Bell'album, intelligente, maturo e solido, che sarà in grado di conquistare anche chi non ama in particolar modo questo genere. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast)
Voto: 75

R:I:P - ...Out to R:I:P All Nations!!!

#PER CHI AMA: Thrash/Death, Pantera, Metallica
Uhhh!!! Altra sorpresa da una band a cui non avrei dato una lira dopo aver visto la cover del cd. La bomba ancora una volta arriva dalla Germania con questi semi-sconosciuti R:I:P, che altro non sono che il chitarrista dei Majesty, il vocalist dei Respawn Inc., un paio di membri dei Midnatsoll e l’ex tastierista degli Anguish, che rilasciano questo interessante debutto di death/thrash old style, riletto in chiave moderna. Devo ammettere che la traccia in apertura lasciava presagire l’ennesima delusione, invece già dalla seconda “Crushing the Lies”, la band mi sorprende non poco e il disco inizia a decollare e a piacermi parecchio. L’approccio pare metalcore, ma la presenza di una affascinante tastiera a stemperare l’arroganza del genere, un ottimo songwriting, un’energia dirompente, la presenza in un paio di brani di una dolce donzella alle vocals e l’inusuale voce (in versione clean, emo e Metallica style) di Fabian Pospiech, spiana la strada a questi ragazzi, per raggiungere una larghissima e più che meritata sufficienza. L’utilizzo dell’elettronica, intelligentemente inserita sui classici riffoni di chitarra (di scuola Pantera) avvicendati ai soliti breakdown, direi che aiuta molto i R:I:P a prendere le distanze dal genere, anche se magari in alcuni momenti riaffiora prepotentemente il background thrash dei nostri; niente paura, perché un attimo dopo, il quintetto teutonico ci spiazza con una trovata delle sue: un loop che si pianta nel cervello come in “Fade Away” o un’angelica voce (Christina Müller) come accade in “The Cold Place”, risolvono la situazione. Bravi, perché reinventarsi in un genere stagnante come il thrash è davvero difficile e la band, nonostante alcune ingenuità, ha saputo sfoderare una prova più che dignitosa. Se osassero ancora di più, sono certo che farebbero sfracelli; da tenere d’occhio la loro evoluzione… (Francesco Scarci)

(Twilight Zone Records)
Voto: 70

Morgana - Rose of Jericho

#PER CHI AMA: Heavy Metal
Terzo album di questa artista italiana, e, come menzionato da più parti, "Rose of Jericho" viene indicato come il suo miglior album. Avendo un background heavy metal, mi sarei aspettata un lavoro sullo stile Nightwish (i “nuovi” Nightwish, perché dubito sinceramente che un altro connubio lirica-melodic metal di Tarja Turunen possa riformarsi): invece l’album pecca di emozioni, di incisività. Tutte le canzoni sono musicate da Tommy Talamanca dei Sadist, tra cui spicca anche una cover di “Bang Bang” di Sonny Bono. Il sound che ne deriva è puro e semplice heavy metal, quasi come se fossimo tornati indietro nel tempo: la cosa che secondo me un po’ stona è proprio il tono di voce, troppo tirato verso il basso e con poche sfumature (come ci si aspetterebbe invece da una voce femminile, capace di giocare con i bassi e gli acuti). Per il resto, il lavoro si rivela tedioso e abbastanza ripetitivo: oserei dire anche superficiale, senza carattere. Da notare "Golden Hours", che sembra creata intorno alla voce e la sottolinea maggiormente, ma con gli strumenti costantemente tenuti leggeri. In "Lady Winter" qualcosa sembra cambiare, ma è solo una mera impressione: sebbene l’inizio sia più tosto del solito, tutto sfuma non appena il canto ha inizio. Solo verso metà si sente un po’ di cattiveria emergere, ma è tanto rinchiusa nel tono di voce troppo spesso tenuta a freno. "610" e "I Will not Turn Back" probabilmente sono le canzoni da cui traspare più malinconia rispetto alle altre tracce, visto che il suono si affida a lunghi assoli di chitarra elettrica nella prima, e note di pianoforte nella seconda. La già citata cover di "Bang Bang" è buona, anche se sembra più parlata: mi sarei aspettata una voce più suadente, capace di entrarti dentro, anziché una versione semi urlata. Propongo di provare a registrarne una versione più sensuale, magari aiutandosi con del buon vino rosso che riscalda il corpo e l'anima. "… And Kickin" è l’unico brano strumentale, in cui emerge la chitarra elettrica (con mille sfumature diverse, mentre la mano sinistra scivola arrivando agli estremi) e la batteria la segue a ruota: si direbbe quasi una delle migliori di tutto l’album. Tutto si conclude con una versione acustica di "Lady Winter". Finalmente ho capito che cosa riuscirebbe a darle un minimo di notorietà in più: un album di sole canzoni acustiche, che siano di Morgana o cover, ma senza altri strumenti che “cozzino” con il suo tono di voce. (Samantha Pigozzo)

(Nadir Music)
Voto: 50

Maroon - The Cold Heart of the Sun

#PER CHI AMA: Death/Metalcore
Un inizio al limite del grind apre questo capitolo dei teutonici Maroon, fautori di un metalcore, per una volta suonato come si deve. La solita premessa va fatta: i Maroon non inventano nulla di nuovo, ma ci mettono le palle e tante buone idee in questo concentrato furibondo di death metal (di scuola svedese) miscelato all’hardcore. Si parte alla grandissima con “(Reach) The Sun”, canzone diretta, violenta con una bellissima melodia di fondo e con un assolo che pesca a piene mani dalla musica classica. Il quintetto tedesco prosegue nel farci a brandelli anche con “Only the Sleeper Left the World”, ma sempre con grande intelligenza, quasi da farmi gridare al miracolo per l’ottimo lavoro, in un ambito che ha ben poco di interessante da regalare. Ragazzi, che bomba questo “The Cold Heart of the Sun”: ogni brano è una sorpresa, nonostante nelle sue note siano raccolti gli stilemi classici del genere. Chitarre arroganti si alternano attraverso cambi di tempo da urlo a mid tempos assai ragionati, sfuriate selvagge ci aggrediscono in modo serrato, growling vocals assassine sbraitano tutta la frustrazione del combo di Nordhausen; breakdown, tanta melodia e assoli vertiginosi, completano un album che si può definire sicuramente vincente. Se siete amanti di sonorità death/metalcore nord europee, non contaminate dalla cultura americana, questo disco farà sicuramente al caso vostro. Godetevelo a tutto volume! (Francesco Scarci)

(Century Media)
Voto: 75 
 

mercoledì 8 agosto 2012

Sioum - I Am Mortal, but Was Fiend

#PER CHI AMA: Post Rock, Progressive
Shhh… silenzio, spegnete la luce e rilassatevi con la musica dei Sioum, trio strumentale dell’Illinois che mi ha inviato questo interessante cd (e pure elegante per la sua lussuosa confezione in digipack, con quelle sue splendide rappresentazioni artistiche all’interno del booklet), fatto di suoni progressive post space rock. Se potessi parlare di techno post rock, forse riuscirei a spiegare al meglio questo “I Am Mortal, but Was Fiend”, release di grande spessore, di difficile assimilazione, e di forte impatto emotivo. Sicuramente le tonalità cosi tetre lo rendono un prodotto assai singolare che abilmente ed amabilmente, riesce a miscelare suoni appunto post con l’ambient urbano (e la seconda “Pillars” ne è l’emblema assoluto), il tutto corredato da un’altissima perizia tecnica, che per un attimo mi ha fatto credere di avere fra le mani un lavoro di techno metal. Suddiviso in un trittico, verosimilmente un concept album, la band statunitense nella sua prima parte “Accession” mostra il lato più oscuro della loro forza, trascinandoci in un buco nero di nefaste emozioni, che sanno anche di depressive rock, dove con “Shift”, i nostri toccano il loro apice compositivo, sia in fatto di tecnica che di creatività. “Drifting Away” chiude il primo ciclo, “Chambers” apre invece il secondo capitolo, “Intervals” con dei synth che mi si incuneano rapidamente nel cervello pericolosamente, folgorandomi del tutto i miei ultimi neuroni rimasti. Ma una sorta di ninna nanna mi restituisce la calma placida del sonno, del relax; torno a richiudere gli occhi e lasciarmi andare in una visione onirica del viaggio intrapreso con l’ascolto di questo sorprendente esempio di musica rock, che risponde al nome di Sioum. Ipnotici. Surreali. Originali. Atmosferici. L’ambientale “Continuum” chiude il secondo capitolo e lascia posto alla rinascita del terzo movimento “Rebirth” e le sue quattro apocalittiche tracce, che chiudono uno degli album, in ambito post, più insoliti, mi sia capitato di ascoltare. Ora sono curioso di dare un ascolto alla nuova release in uscita prossimamente. Audaci visionari. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 80
 

Souldeceiver - The Curious Tricks of Mind

#PER CHI AMA: Swedish Death, Soilwork
Questa volta ho voluto provare ad ascoltare il cd senza nemmeno leggere la biografia della band, affidandomi esclusivamente al mio istinto: a giudicare dal ritmo serrato e dalla voce furiosa, sembrerebbe stessi ascoltando un lavoro di una band scandinava (vedi Illdisposed o Meshuggah). Invece si tratta di un ensemble totalmente nostrano, forte, permettetemi il termine, cazzuto; inserire il cd nel lettore il lunedì mattina ti carica completamente (e spero vivamente mi porti a terminare la settimana in fretta e in forze). Parlando brevemente della band, si può dire che questo sia il loro secondo lavoro (senza contare il demo di 5 canzoni nel 2007, anno della loro fondazione) e il primo introducendo l’uso della chitarra a 7 corde, caratterizzato da parti di death metal e altre di thrash. “Hundred 25”, come detto precedentemente, ha un ritmo incalzante che non lascia un secondo di respiro: doppia grancassa martellante, voce growl, chitarre che sembrano lame di un frullatore. “My Closet Embrace”, invece, si distingue dalla precedente per le chitarre che presentano un alone di melodia, con un assolo nella prima parte del brano: per il resto è aggressiva e cattiva quanto basta. In “Suiciding” le chitarre cambiano registro e diventano malinconiche, accompagnando in modo eccelso il growl (ma come fa a tenere lo stesso tono per tutte queste tracce? Sarei sinceramente curiosa di sentire la sua vera voce): vuoi per rilevare il tema centrale, vuoi anche per cambiare in modo da non scadere nella noia, ma l’assolo in sottofondo è veramente notevole. “Mary Ann” inizia con dei suoni distorti presi da una televisione (ricorda tanto le scene degli horror di serie B, dove la tv è sintonizzata su un programma assurdo quanto inquietante, magari in bianco e nero): man mano che prosegue, il growl di Francesco Meo tende addirittura a spostarsi sul melodico (e qui mi vengono in mente i primi Korn, se non per la grancassa come schiacciasassi), con un altro assolo di Alessio Rossano davvero in forma smagliante. In “The Pressing” fanno capolino le tastiere: non hanno un grande spazio, ma creano un’atmosfera sospesa tra l’incubo e realtà (è dall’inizio del lavoro che mi sto immaginando un film horror/splatter che possa accompagnare quest’album): altro assolo del chitarrista Alessio Rossano, prima di una rullata di Alessio Spallarossa (che soprannominerei anche “spacca braccia”, da tanta furia palesata). “Phase C” è solo strumentale (e ci credo, anche il cantante dovrà riprendere un attimo fiato e voce), ma rimanendo sempre con un ritmo veloce e potente. “Icon of Your God” e “Relapse” tendono ad essere meno ansiose, ma più profonda: sebbene il ritmo rallenti, ciò non cambia l’autorevolezza e la cattiveria del combo. Con “Bone Sacrifice” le cose prendono una piega più liberatoria: la batteria è portata all’estremo, mentre la chitarra di Luca Mosti gioca sapientemente con la sette corde, a volte pizzicando e altre volte suonando a fondo. Il tutto mentre Francesco Meo dà fondo alle sue profonde capacità canore. L’album non poteva terminare senza un’altra instrumental track: qui il pianoforte si rende protagonista, ricreando l’atmosfera cupa e inquietante già sentita nel sesto brano (e cercando di placare gli animi tempestosi che hanno caratterizzato l’intero lavoro). L’unica pecca è la lunghezza di “Eternally”: 2.03 minuti di nulla, come se avessero voluto aggiungere qualcosa all’ultimo secondo, ma con un risultato inconcludente. Non sarà però questo a cambiare la mia votazione, comunque positiva, anzi, ci sono alte probabilità che il prossimo lavoro sia addirittura migliore e un maturo. (Samantha Pigozzo)

(Nadir Music)
Voto: 70
 

King of Coma - King of Coma

#PER CHI AMA: Noise, Industrial
Di questo one-man-band si conosce gran poco: dal sito della sua etichetta discografica, emerge che è tedesco e la sua peculiarità sta nel fatto di essere un “noise mongering one man band” ; in italiano lo si può definire uno “smanettone di rumori”, anche perché tutti i brani sono sì strumentali, ma con un’accozzaglia di rumori messi assieme, senza un filo logico. Sempre dal sito, possiamo leggere che si tratta di un album di 21 minuti, composto da 7 tracce di durata varia (si va dai 0,31 minuti della traccia più breve ai 4,21 minuti della più lunga) che assomiglia più ad un giro in ottovolante sotto acido: non c’è definizione migliore, in quanto è totalmente incomprensibile e psicotico. Ma non il psicotico violento, bensì un psicotico introverso, dedito più al trip individuale. Una delle cose curiose rispetto a questo primo lavoro di Michael Van Gore, è che le tracce non hanno titolo: semplicemente si susseguono una dopo l’altra, caratterizzate da ogni tipo di rumore (da suoni metallici, come se stesse battendo il ferro su un’incudine, a rumori d’intermittenza, a qualche nota industrial appena accennata con la drum machine): provando a chiudere gli occhi, sale un senso di vertigine e d’inquietudine degna del migliore incubo. Sembra strano, ma scrivendo con il cd in sottofondo ad un volume medio, aiuta parecchio a concentrarsi: le sensazioni sono talmente mutabili da secondo in secondo, che non basterebbe un’intera giornata per decantarle. Decisamente consigliato per chi cerca un suono totalmente alternativo e impensabile nemmeno dalla mente più bacata che possa esistere. (Samantha Pigozzo)

(Self)
Voto: 70

mercoledì 1 agosto 2012

Pirate - Left of Mind

#PER CHI AMA: Alternative Rock, A Perfect Circle, Mr. Bungle
Devo essere sincero, inizio ad adorare sempre più la Bird’s Robe Records e la sua sfrontatezza nel produrre band, decisamente fuori dall’ordinario. Fino ad ora nessuna delle release rilasciate dalla label australiana riesce a trovare pari nel panorama musicale mondiale. Ciò che stupisce è che poi tutte le band sotto contratto con l’etichetta di Sydney, siano provenienti dall’enorme nazione oceanica. Non ultimi questi Pirate, che si distinguono ancora una volta per una proposta musicale fuori dall’ordinario, una fusion di stili e sfumature che partendo dal rock progressive anni ’70, si fonde con le colonne sonore, per trovare ampio sfogo nella follia delirante di un sax impazzito, come accade nella opening title track o la strumentale “Rough Shuffle”. Pazzi, sicuramente influenzati da quel bontempone che risponde al nome di Mike Patton e una qualsiasi delle sue creature, Mr. Bungle o Fantomas. I Pirate nelle otto tracce a loro disposizione ne combinano davvero di tutti i colori, cosi non stupitevi se in “Animals Cannibals” emergono echi dei Faith No More o di un certo alternative americano, comunque sempre contaminato da suoni freschi e moderni, perché di certo nel corso dell’ascolto di “Left of Mind” incontrerete suoni abili nel passare da sonorità rock old style con montagne di sintetizzatori stile seventies, a suoni stralunati o ambient, fino a sfociare nel jazz (sicuramente complice la presenza del famigerato sax). Le voci poi sono schizoidi, quasi la risposta australiana agli americani Primus; ma i nostri non si fermano certo qui, sono un uragano di genialità, e nella loro immaginaria musica, finiscono per convergere anche accenni di The Mars Volta, la sperimentazione dei Radiohead, l’oscurità dei A Perfect Circle, il tutto suonato nella vena metallica progressive dei Cynic. Si, insomma l’album dei Pirate è qualcosa che va accuratamente ascoltato e ponderatamente digerito, perché di certo non rimarrete delusi di fronte a cotanta ispirazione e genialità. Matti da legare! (Francesco Scarci)

(The Bird's Robe Records)
Voto: 85

De Profundis - The Emptiness Within

#PER CHI AMA: Black Death Progressive
Beh, con un nome del genere, che cosa aspettarsi, se non un sound dedito al death doom? Sbagliato! “Delirium” sembra infatti confutare la mia tesi da quattro soldi, con il suo attacco che appare all’insegna del death più brutale, con delle ferali growling vocals in evidenza. Con calma il combo britannico, prova ad ingrigire la propria proposta, affiancando alla ferocia delle ritmiche arrembanti, quell’oscurità tipica della nebbiosa terra d’Albione: un intrigante suono di basso, delle linee acustiche di chitarra frammiste ad un elegante assolo, con la voce pulita quasi recitata, posta in primo piano. Se il buongiorno si vede dal mattino, il cd che ho fra le mani, sembra scottare parecchio. “Silent Gods” mette in evidenza ancora una volta, l’irruenza del bassista, neppure la band inglese volesse risultare come un mix tra Cynic e Death, per poi scatenare nuovamente la propria violenza, in una sorta di death progressivo, che nelle sue parti più tranquille, pesca palesemente dalla tradizione doom britannica, grazie alla sua vena malinconica. Cosa di poco conto però, in quanto il quintetto, quando schiaccia sull’acceleratore, si ritrova addirittura in territori black, non proprio di loro competenza. Sono frastornato, perché non capisco se la release mi riesce a catturare oppure no. Certo, quando “This Wretched Plague” attacca con quella sua melodica parte di chitarra, mi sembra di avere a che fare un po’ con gli Opeth, un po’ con i Death, poi i nostri vogliono strafare, pestando di brutto e imbruttendo di molto la propria proposta, non incanalando la musica nella giusta direzione. Insomma, pur essendo un grande fan della musica estrema, faccio fatica a digerire la proposta dell’act del Regno Unito. Black, death, progressive, gothic, doom si incontrano o forse meglio dire, si scontrano, in una miscela pericolosa, difficile da manipolare se non si è dei fenomeni ed ecco, i De Profundis non lo sono per nulla, quindi il rischio di commettere qualche grossolano errore c’è e si sente. Da qui la frittata: troppa la voglia infatti di dar sfoggio a tutte le proprie potenzialità che alla fine i nostri perdono per strada il loro vero obiettivo, e quindi ecco che tra buone song, se ne avvicendano altre un po’ troppo scontate che sicuramente suonano come già sentite. Davvero un peccato, perché un pezzo come “Twisted Landscapes” a me piace un sacco, ma poi c’è puntualmente qualcosa che stona e fa scemare il mio interesse. Anche “Release” cattura per la sua dinamicità, certo se poi i nostri tenessero a freno la propria vena techno thrash/death, il risultato sarebbe certo migliore. Si insomma, avrete capito, i De Profundis le carte in regola per fare bene le avrebbero anche, se le giocassero meglio, “The Emptiness Within” rischierebbe di essere addirittura un capolavoro. (Francesco Scarci)

(Kolony Records)
Voto: 65