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mercoledì 28 dicembre 2011

THE BEST OF 2011 FOR OUR REVIEWERS

Francesco Scarci

Primordial - Redemption at the Puritan's Hand
*Shels - Plains of the Purple Buffalo
Blut Aus Nord - 777 Sect(s)/777 The Desanctification


Michele Montanari

Maryposh - La luna insegue il sole
Kaileth - Rusty Gold
Mastodon - The Hunter


PanDaemonAeon

Ars Diaboli - Clausura
The Meads of Asphodel - The Murder of Jesus the Lew
Cradle of Filth - Evermore Darkly...


Samantha Pigozzo

Foo Fighters - Wasting Light
Muse - The Resistance
Rammstein - Made in Germany 1995-2011


Roberto Alba

Helheim - Heiðindómr Ok Mótgangr
Ava Inferi - Onyx
Demonaz - March of the Norse


Laura Dentico

The Devil's Blood - The Thousandfold Epicentre
Helheim - Heiðindómr Ok Mótgangr 
Ava Inferi - Onyx


Sofia Lazani

Adele - 21
Lykke Li - Wounded Rhymes
Red Hot Chilly Peppers - I Am With You


Silvia Comencini

Ulver - Wars of the Roses
Mogway - Hardcore Will Never Die, But You Will
Sigur Ros - Inni


Damiano Benato

Poisonblack - Drive
Burzum - Fallen
My Dying Bride - Evinta / The Barghest O' Whitby


Alberto Merlotti

Machine Head - Unto the Locust
Megadeth - Th1rte3n
Cavalera Conspirancy - Blunt Force Trauma


Matteo Del Fiacco

Primus - Green Naugahyde
Mastodon - The Hunter
Limp Bizkit - Gold Cobra


Rudi Remelli

Ceremonial Perfection - Alone in the End
Scar Symmetry - The Unseen Empire
Morton - Come Read the Words Forbidden

 

Terrortory - The Seed Left Behind

#PER CHI AMA: Swedish Death Black Progressive, Opeth, At the Gates
Un bel giorno mi ritrovo una mail della Discouraged Records che mi propone l’ascolto di due band, i Moloken, già inseriti in queste pagine e che presto rivedrete recensiti col nuovo lavoro e questi sconosciutissimi Terrortory. Ebbene, è risaputa la mia curiosità per le nuove band, soprattutto quelle underground e cosi non vedo l’ora di ricevere il pacchetto promozionale dalla label svedese. Ricevuto finalmente il cd, lo infilo nel mio stereo e procedo con la scoperta di una nuova entusiasmante band, appunto i Terrortory (vi prego però, cambiate nome). Nei primi due minuti d’ascolto, devo ammettere di aver temuto di trovarmi di fronte all’ennesima clone band degli In Flames, dopo il quarto minuto ero già conquistato dal sound del quartetto proveniente dalla piccola Skellefteå e già mi bullavo con gli amici di aver scoperto una nuova realtà in campo swedish death melodico. Partendo appunto da una base che richiama gli stilemi classici di In Flames e Dark Tranquillity, con quel sound carico di groove e riff catchy, i Terrortory incantano la proprio audience con eccellenti melodie su un tappeto ritmico granitico, con suoni che via via risultano contaminati da sonorità darkeggianti (stile Fields of the Nephilim), rasoiate black death di scuola svedese alla At the Gates o Dissection, come nella title track, dove accanto ad una epica cavalcata, ecco accadere l’imprevedibile: stoppare la propria furia black per far posto ad un intermezzo acustico di chiara derivazione Opeth, con una suadente voce pulita che va a interrompere l’aspro screaming di Johan, per poi lanciarsi in un eccellente solo, prima della conclusione degna di un album trip hop. Ecco se volete saperla tutta, solo questo pezzo vale da solo l’acquisto di “The Seed Left Behind”, un brano che rappresenta la sintesi perfetta di quello che è il sound vario e controverso di questi ragazzi scandinavi. Con “Concept: Anarchy” si ritorna a sonorità un po’ più canoniche, ma è solo pura parvenza perché i nostri sanno come stupirci e ancora una volta nel bel mezzo del brano inseriscono un qualcosa che esula completamente dalla proposta del combo: insomma la possibilità di rimanere disorientati è assai elevata e cosi se la sensazione di ascoltare black/death pare assai salda nelle prime parti di ogni song, la seconda metà rischia di confondere un po’ le nostre idee, e magari avere l’impressione di ascoltare qualcosa degli Iron Maiden o degli Opeth più acustici o ancora qualcosa di più ruffiano, in stile Scar Symmetry (“The Destroyer” o “I, You”), per poi riessere investiti dalla brutalità di una band, che ha tutte le carte in regola per diventare grande. Si, ho scoperto una nuova new sensation (anche se esiste dal 2000), i Terrortory; vi prego ora di non farveli scappare! (Francesco Scarci)

(Discouraged Records)
Voto: 80
 

domenica 25 dicembre 2011

Morning Dew - Morning Dew

#PER CHI AMA: Black, Wolves in the Throne Room
Cosa c’è di meglio nel periodo natalizio che spararsi nelle orecchie un bell’album di black metal? Nulla direi, tutto il resto decade in secondo piano, feste e consumismi vari, mentre la purezza e l’onestà della musica estrema rimane, per sempre. Se poca attenzione avevo prestato a questo lavoro, complice una copertina che sa più di folk, bucolico o quant’altro, non appena ho infilato l’EP omonimo nel mio lettore, mi sono dovuto ricredere e prendere coscienza che quanto scorreva impetuoso nelle casse del mio stereo era un bell’esempio di black metal assai ricercato, soprattutto nelle linee melodiche/malinconiche di chitarra e nell’uso apocalittico del basso (vero e proprio punto di forza dei nostri), nonché in una screaming efferato, a cura di Federico Tacoli. La seconda traccia, “Il Male di Vivere” si fa notare per quella sua voglia di sprigionare il verbo nero attraverso la lingua italiana, in un esperimento quanto mai riuscito, che ancora una volta scomoda band come gli Spite Extreme Wing e che nuovamente privilegia l’uso di un basso evocativo, che assurge in taluni casi quasi a sorta di chitarra solista. Interessante. Pur non mostrando ancora una perfetta pulizia nei suoni, che talvolta rischiano di sfociare nel caos dell’apocalisse, non posso che non “eccitarmi” nel break centrale della song, che spezza la furia distruttiva del quartetto di Gorizia. “Silent Nature Grief” apre con una parte arpeggiata, prima di abbandonarsi alla violenza (pur sempre controllata) della sua ritmica che vede ancora un break acustico centrale a smorzarne i toni, talvolta fin troppo accesi; ma è poi ancora una volta il fragore del drumming tempestoso, preciso e furente a scatenarsi e a dettare i tempi. Un’altra intro acustica, dai forti toni drammatici, apre la conclusiva “Trascendence”, una song che ha evocato qualcosa dei Primordial nella mia testa, forse per quel suo feeling pagano che solo i maestri irlandesi sono in grado di emanare, ma che ho percepito anche nell’ascolto di questo brano, il più tranquillo (relativamente parlando) dei quattro qui contenuti, ma anche quello più maturo, che in sé racchiude l’epicità degli Agalloch, le atmosfere alla Wolves in the Throne Room e che incarna puramente lo spirito italico, per la fiamma nera. Evocativi! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 75
 

venerdì 23 dicembre 2011

The Circle Ends Here - Where Time Leaves the Rest

#PER CHI AMA: Post Metal, Post Hardcore, Sludge, Amia Venera Landscape
L’Italia gode di buona salute, ne sono certo: dopo le ultime recensioni di (EchO), Frangar, ma anche quelle di inizio anno di Amia Venera Landscape, mi ritrovo fra le mani un interessante lavoro di post hardcore, che sebbene quattro tracce, riesce sin da subito a conquistarmi. Partiamo però da un po’ più lontano e cioè dall’elegante formato digipack del cd, dalla desolante foto di copertina (meravigliosa) e dalle foto interne. Quanto alla musica poi, dicevo che siamo al cospetto di un five pieces che propone del post hardcore dalle forti inclinazioni romantico autodistruttive, che mi ha colpito fin dal primo ascolto sulla loro pagina facebook. E cosi “Trace the Line” prima e “Shapes to Black” poi, mostrando l’intemperanza tipica dell’hardcore, soprattutto a livello delle vetrioliche vocals smorzato però da un emozionale cantato pulito, esibiscono sicuramente anche un alone oscuro in grado di conferire alla band un feeling decisamente decadente, che alla fine si dimostrerà come il vero punto di forza di questa giovane band, nata infatti solamente nel 2010. Mi piace il sound della band friulana, aggressiva al punto giusto, melodica quanto basta, malinconica abbastanza per bilanciare la propria aggressività con divagazioni post rock, melmosa a sufficienza per definirsi sludge, decisamente intelligente per proporre un sound vario, fresco, frizzante anche nelle due seguenti “Annihilation of Entire Cities“ (dove addirittura sento echi dei Novembre) e nella conclusiva rabbiosa “Nam”, che va definitivamente ad avvalorare la mia tesi iniziale: l’Italia è sul pezzo, gode di ottima salute, almeno a livello musicale, e i The Circle Ends Here ne sono un’ottima testimonianza. Bella scoperta! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 80

Elend - Winds Devouring Men

#PER CHI AMA: Ethereal Music, Ambient, Dark, Dead Can Dance
Era il 2003: contro ogni aspettativa, il progetto austro-francese più oscuro della scena gotica orchestrale decise di ripresentarsi con un nuovo album, "Winds Devouring Men", distante anni luce dalla produzione passata, seppur in qualche modo vicino al precedente "The Umbersun", il quale già evidenziava un desiderio di abbandonare le tensioni profondamente drammatiche dei primi due lavori ("Leçons de Ténèbres" e "Les Ténèbres du Dehors") facenti parte della trilogia ispirata all'"Officium Tenebrarum", conclusasi appunto con "The Umbersun" e che con esso sembrava aver esaurito il significato del progetto Elend. Invece, nei cinque anni di oblio, gli Elend hanno maturato una nuova perla dal fascino profondamente oscuro, questo "Winds Devouring Men", con il quale sembrarono volersi scrollare di dosso i complicati intrecci classici che avevano ispirato la produzione passata, per donare alle canzoni una leggerezza e una dose di essenzialità che rendono la loro musica più facilmente apprezzabile, pur non intaccando la maestosità tipica delle loro composizioni. E lo si scopre fin dalle note di apertura della bellissima "The Poisonous Eye", cui spetta l'onore di iniziarci all'album più intimista mai creato dagli Elend. L'opera prosegue poi con uno scorrere di quiete melodie che a tratti si tingono di scuro per ritrarre immagini di foschi scenari tormentati, per dar vita ai quali l'ensemble ricorre a passaggi sperimentali dalla forte potenza evocativa e a strumenti percussivi che conferiscono maggiore spessore alle strutture sonore. Echi del passato lirico degli Elend si risvegliano in alcuni momenti nei quali si percepisce la presenza della voce femminile e in particolare la bonus track "Silent Slumber: a God that Breeds Pestilence" ricorda la dolcezza struggente che si poteva catturare nell'album di passaggio "Weeping Nights". Non più confrontarsi con l’assoluto, con l’essenza divina che permea la vita dell’uomo, non più la lotta eterna tra Bene e Male, non più la discesa di Lucifero agli Inferi, bensì un tentativo di aprire le porte della propria intimità per guardarsi dentro e, almeno per una volta, lasciarsi cullare dal fluire intenso dei propri pensieri, lasciarsi accarezzare dalla dolce malinconia delle proprie sensazioni più profonde, senza il timore di scoprirne i lati più nascosti. Nei passaggi melodici di canzoni quali "Under War-Broken Trees", "Away from Barren Stars", "Vision is all that Matters" e "A Staggering Moon", dove la voce maschile si colma di una calma pacatamente sofferta, sento che per la prima volta l'eredità lasciata dai Dead Can Dance è stata veramente raccolta per essere trasformata, rielaborata e rivestita di una nuova eleganza e delicatezza. E' possibile raggiungere la perfezione artistica? Se possibile, allora gli Elend ci sono riusciti, con un album così bello e profondo da far venire i brividi. Letteralmente. (Laura Dentico)

(Prophecy Productions)
Voto: 85
 

Frangar - Bulloni Granate Bastoni

#PER CHI AMA: Thrash, Black, Punk
Mettiamo subito in chiaro le cose: a me non me ne frega un bel nulla se la proposta della band sia politicizzante o meno, cosi come mi è capitato di scorgere qua e là nel web, a me interessano i fatti e in tal caso i fatti sono qui rappresentati dalla musica. Attivi dai primi anni del millennio, i Frangar sono una formazione di Novara, che propone una miscela interessante di thrash black influenzato da una forte attitudine punk, il tutto cantato rigorosamente in italiano. Il risultato è decisamente affascinante: pur sparandoci in faccia, fin dall’iniziale “Conquistatori del Sole” un sound ruvido, diretto, una vera e propria mazzata nei denti, la band piemontese mi conquista fin da subito con la sua proposta essenziale, tirata e graffiante, che per certi versi mi ha ricordato un ipotetico quanto mai impossibile mix tra ultimi Entombed, Janvs e Spite Extreme Wing, coniugando appunto una vena prettamente thrash assai grooveggiante, riscontrabile in tutti i pezzi, con qualche sfuriata puramente black old school. Tralasciando i contenuti propagandisti dell’act italico (che sono a corredo anche di tutto il cd, rilasciato in un elegante formato digipack), mi trastullo con le song azzeccatissime di questo lavoro, che sembrano voler convogliare nel suo interno suoni provenienti da 30 anni di musica estrema, dal punk di fine anni ’70, al thrash stile Sodom/Destruction di anni ’80, con il black di Celtic Frost/Darkthrone, il tutto corredato anche da intrusioni che sembrano estrapolate da qualche film anni ’70 e da inserti propagandistici, che voglio interpretare puramente come una provocazione verso il nostro sistema corrotto. Coinvolgente “Nero Settembre” con la sua bella cavalcata finale, e quel fischio ipnotico di fine brano. Sorrido con il minuto scarso di “Legionario” che ci riconduce alle canzoni degli anni ’40; mi lascio poi investire dal punk selvaggio di “Rinascita”, con la voce del Colonnello, mai esasperata e sempre intellegibile. Si prosegue con la roboante “Alla Frontiera”, prima dell’ennesimo intermezzo, che fa da ponte a “Solstizio di Sangue”, song rabbiosa, che funge da contraerea impazzita (grazie ad una batteria devastante), che comunque mostra un parte centrale più controllata e meno selvaggia. Quatti quatti, si arriva attraverso la furiosa “Trieste Chiama”, la song più black metal oriented, alla conclusiva “Sol Invictus”, inquietante nel suo inizio dove una voce maschile parla dell’”Uomo Nero”, per poi esplodere con quel suo basso vibrante in un pezzo che potrebbe rappresentare il vero e proprio manifesto di questo interessantissimo lavoro: una song che nei suoi tredici minuti incarna l’essenza musicale dei Frangar, punk, black’n’roll, hardcore, cavalcate melodiche, ottime vocals e addirittura contaminazioni post, per quella che è la song più bella e articolata di questo “Bulloni Granate Bastoni” che schiude le porte della mia conoscenza ad un’altra entità interessante del panorama italico. Ora li attendo ospiti in radio. (Francesco Scarci)

(Lo-Fi Creatures)
Voto: 75
 

(EchO) - Devoid of Illusions

#PER CHI AMA: Death Doom, Swallow the Sun, Saturnus
Dopo averli visti un paio di volte live (ora li aspetto con gli Agalloch), averli avuti ospiti nella mia trasmissione radio, non potevo esimermi dal recensire il debut album dei bresciani (EchO), che hanno voluto fare le cose in grande sin da subito: prodotti alla stragrande da Greg Chandler degli Esoteric (che sarà anche guest star in una delle song del cd) e registrati ai Priory Recording Studios, in UK, cover art cd affidata ad Eliran Kantor (Testament, Atheist, Sodom, Xerath tra le sue opere), il sestetto nostrano gioca immediatamente tutte le proprie carte vincenti. Il nome deriva da quello della ninfa delle Oreadi della mitologia greca, famosa per essersi innamorata di Narciso, con le parentesi invece ad indicare l’onda sonora che si propaga. Per quanto riguarda la musica invece, ci troviamo di fronte ad un album che potrebbe essere idealmente suddiviso in due parti: una prima metà che si rifà alle sonorità death doom nordiche (e mi vengono immediatamente in mente Swallow the Sun e Black Sun Aeon), cosi pregne di malinconia e dalle forti tinte invernali, caratterizzata da un’inclinazione post rock; una seconda metà invece un po’ più aggressiva, ma entriamo nel dettaglio, perché dopo la consueta intro, ci tuffiamo all’interno dell’(EchO) sound con “Summoning the Crimson Soul”, una song che mostra subito l’attitudine spinta della band di abbinare riffoni di scuola “Meshugghiana” con una spiccata vena atmosferica, grazie alle ottime tastiere di Simone Mutolo, per poi insabbiarsi nel torpore del doom che caratterizza da sempre le uscite dell’etichetta russa. Con “Unforgiven March” emerge anche una certa disposizione dei nostri ad addentrarsi in territori quasi funeral, con un sound nero come la pece, che comunque si mantiene sempre melodico con la voce di Antonio Cantarin veramente superlativa sia in fase growling che cleaning. Cenni dei primi My Dying Bride si mescolano con “Serenades” degli Anathema e frangenti acustici alla Saturnus, per un risultato finale davvero da paura. Sono rapito dalla scorrevolezza dei pezzi, pur trattandosi di un genere non cosi accessibile a tutti i palati e comunque dallo spessore della musica proposta da una band che esiste solamente da fine 2007 e che già mostra doti da veterana. Si prosegue con “The Coldest Land” e ancora emerge forte l’ecletticità di Antonio alle vocals con una performance che rischia seriamente di coinvolgere non solo gli amanti del genere death doom, ma che può richiamare (anzi deve richiamare) fan da generi decisamente più melodici. Tutto suona alla perfezione grazie alla cristallina produzione ma anche al fatto che i nostri sono ottimi musicisti e lo dimostrano sia nelle fasi più movimentate che in quelle più eteree; i giri strazianti delle chitarre si insinuano nelle nostre orecchie e sono certo che non ci lasceranno più e come con il sottoscritto vi ritroverete a fischiettare alcuni giri di chitarra meravigliosi, prima di abbandonarvi ad un finale contraddistinto da un climax ascendente di emozioni, legato ad un altrettanto eccellente lavoro dei due axemen, Simone Saccheri e Mauro Ragnoli. Sono estasiato, non so che dire, il sound degli (EchO) mi ha conquistato e divorato, per quel suo essere in costante movimento, alla ricerca di continue soluzioni per sorprendere l’ascoltatore (ascoltate l’ipnotica progressiva “Internal Morphosis” con il successivo finale dirompente di scuola djent, fantastica). Ancora un altro pezzo veramente elegante ed intelligente è rappresentato da “Omnivoid”, contraddistinto da quel suo incipit sempre estremamente atmosferico ed onirico, che ben presto lascerà posto alla furia dilagante di una splendida ritmica (sempre controllata e melodica sia ben chiaro), con ancora una volta un lavoro magistrale alle tastiere, soprattutto nella sua parte conclusiva dove ancora le chitarre ultra ribassate danno un contributo eccezionale al brano. Sempre più galvanizzato vado avanti con l’ascolto, abbandonandomi alla disperata “Disclaiming My Faults”, una sorta di semi-ballad, dove accanto a dei suoni forse un po’ troppo ruffiani (all’inizio, prima del selvaggio finale) – lo stesso leggasi per la successiva “Once was a Man” -, vorrei sottolineare nuovamente la perizia vocale del bravissimo Antonio, con un’estensione canora notevole. Menzione finale per “Sounds From Out of Space”, dove il cantato catacombale del bravo Greg aleggia nei primi minuti di questo album che mi sento di consigliare a tutti gli amanti della musica metal, dal gothic al death, passando da black e doom. Ottimo debut, senza dubbio; se poi consideriamo che sono italiani, non possiamo che esserne fieri! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 85

giovedì 22 dicembre 2011

Weeping Silence - Promo 2009

#PER CHI AMA: Gothic Symphonic, Nightwish
Female fronted band, come citato nel loro booklet, questa giovane band si occupa prettamente di symphonic/gothic metal, proveniente da Malta e formatasi nel 2008. "Promises Broken", la prima traccia, inizia con un bel riff di chitarra, tastiere e batteria; ascoltando la voce di Rachel Greech, mi vengono in mente le voci di Dolores O' Riordan dei Cranberries e quella di Annette Olzon dei Nightwish. Tutta la canzone ha un ritmo dapprima lento e melodioso, per poi aumentare di poco la velocità e portando all'acuto il cantato. Solo verso la fine, dopo essere ritornati alle atmosfere placate, si avvalgono di cori, dando così una nota più solenne al brano. "Dark Waters" riprende il ritmo veloce di prima, con la stessa nota acuta nel cantato: l'estensione vocale di Rachel è infatti sorprendente, il che contribuisce a rendere ancora più melodico l'album. "Within White Walls" si apre con un nostalgico tocco di chitarra, mentre la voce diventa più dolce che mai: dalla canzone traspare un'aria mesta, pesante, in parte difficile da sopportare. La lentezza del brano fa quasi venire voglia di premere il pulsante “forward” del lettore cd, fortuna che dopo tutti gli acuti il brano arriva alla fine. "Innocent Cries", l'ultima traccia, ripropone i cori orchestrali trovati nella opening track, ma qui si avvale anche di sintetizzatori tra un acuto e l'altro. Più sopportabile della precedente, ricorda vagamente il sound dei Nightwish, anche se sembra più la brutta copia. Questo è uno degli album più brutti che abbia mai sentito, si salva soltanto il fatto di aver inserito note melodiche e orchestrali, benché la voce sia forte ed energica; continuando però a tenerla acuta, porta automaticamente l'ascoltatore ad interrompere l'ascolto dopo i primi minuti della prima traccia. Sperando che l'album uscito dopo, “End of an Era”, sia più carico e ricco di sonorità, non posso che essere lieta di sentire la fine di questo album e metterlo tra i cd nell'angolo dei cd scartati. Più energia negli strumenti, su! (Samantha Pigozzo)

(Alkemis Fanatix)
Voto: 55
 

Deviate Damaen - Religious as Our Methods

#PER CHI AMA: Gothic/Dark
Premetto che a me piacciono particolarmente le band tendenti allo psicotico, folle, assurdo: questa band italiana è una di quelle (oso persino a paragonarla agli inglesi Eibon La Furies: mi elettrizzano allo stesso modo). Formatisi a Roma nel lontano 1992, il loro genere può essere indicato come un gothic metal sperimentale, tendente a parti teatrali. Quello che mi appresto a recensire è la versione decennale rimasterizzata e comprensiva di una traccia inedita (infatti è il loro primo album, uscito nel lontano 1997). La prima traccia, "Nec Sacrilegium, Incesti Gratia! (N.Anathem / Romanovhimmelfahrt)", si avvale di suoni campionati, chitarra distorta, cori di chiesa e rintocchi di campana; man mano che si prosegue, si può persino udire una specie di esorcismo, ovviamente in italiano: impressionante e coinvolgente, ai limiti della sanità mentale... Assolutamente da ascoltare, anche grazie ai primi 8 minuti (sui 21 della durata del brano) con una “particolare” confessione... altro non voglio dire per non rovinarvi la sorpresa. "Lyturgical Obsession" inizia con un'aria tempestosa, dove vento forte e tuoni vengono seguiti ed accompagnati da note di organo. Verso metà brano si ode un giro di chitarra elettrica: è lì che il brano inizia, con la voce teatrale tendente un po' all'orchestrale e un po' al growl, mentre il sound in sottofondo è molto semplice e campionato (ciò che dà particolarità al brano sono infatti i rumori che si alternano alla voce). Una piccola nota di follia, insomma. Violini e cori maschili aprono la terza traccia, "Under the Elation’s Drape (of my Nobility)": il tono di voce cantato è quasi uguale alla traccia precedente, se non per la decisione di rimanere più sullo stile de “Il Fantasma dell'Opera” (infatti me li immagino di nero vestiti, con una maschera bianca sul volto). Da metà in poi tutto cambia: il canto teatrale viene accompagnato solo da una chitarra acustica, per poi tornare esattamente con la combinazione dell'inizio brano. Altra musica per "I Want Hate!" dal timbro più rock, ma senza mai tralasciare la vena operistica: il sound che ne esce sembra più stile anni '80 (addirittura mi viene in mente Billy Idol!), dove chitarra elettrica, drum machine e tastiere si fondono in un tributo a quel particolare lasso di tempo. "White Venus" è la cover delle Bananarama del 1986 (a loro volta cover degli olandesi Shocking Blue del 1969) in stile più “techno-trance”: ben fatta, a mio giudizio. Torniamo ai monologhi in italiano con "Un Mondo Senza Stelle", quasi ad interpretare una poesia sul connubio stelle/lucciole con note di violoncello e base campionata; con le parole di chiusura della Divina Commedia, si chiude a sua volta questa traccia/monologo. La traccia inedita menzionata all'inizio della recensione è anche l'ultima traccia di quest'opera. "No More" è più uno sfogo sull'attualità, più in stile techno (vedasi “White Venus”) che ricorda gli Scooter: posso solo consigliarne l'ascolto, perché altre parole per descriverla non ne ho. In chiusura, posso dire che questi romani Deviate Damaen sono esattamente come il loro nome: matti, deviati, folli, particolari. Quando sarete alla ricerca di qualcosa di particolare da ascoltare, procuratevi questo cd. (Samantha Pigozzo)

(Space 1999)
Voto: 85
 

Panic Room - Equilibrium

#PER CHI AMA: Nu Metal, Korn, Limp Bizkit, Incubus.
Mmmm... Non sapevo nulla di questi parmensi Panic Room e mi sono approcciato al platter in maniera un po’ guardinga ma fiduciosa. I Panic Room, precedentemente Redrum, sono un gruppo di sei ragazzi nato nel 2002 e questo è il loro primo 33 giri. Possiamo ricondurre le undici tracce nel genere new-metal: il suono, gli accordi, il basso, gli innesti elettronici... tutto nella linea del genere. Anche troppo. Dopo un minuto della open track “Dark Angel”, ho pensato: “Oddio, ma questi sono gli Incubus?!”. Non si offenda Francesco Liuzzi, ma davvero il cantato è molto simile. Allo stesso modo mi appaiono lampanti le ispirazioni prese dai grandi del genere. A fronte di una produzione molto buona, di un album ben suonato, mi è sorta una sensazione non del tutto positiva. Mi è parso di avere a che fare con un mosaico di suoni di altre band (Korn, Limp Bizkit, Incubus), di riuscire a vederne solo le tessere singole e perderne la visione d’insieme. Aggiungo di trovare lo stile compositivo prevedibile e le tracce troppo somiglianti; risultato: un filo di noia. È vero che non manca l’energia, è anche vero che l’omogeneità, spesso punto di forza, qui non funziona. Il “già sentito” prevale sulla passione che si può avere per il genere musicale, lasciando un sentimento di troppo sazio. Come dite? Tutto negativo? Be’ no, avete ragione. Sebbene abbia indicato solo difetti, il mio giudizio è positivo. I nostri sanno suonare e direi bene: non è poco. Come detto, il cantante mi ricorda molto Brandon Boyd, anche questo non è male. Mi hanno molto colpito i testi articolati sul tentativo di fuga dalla paranoia, sono curati e non banalotti. Si sente di aver ascoltato gente in gamba, che però pecca troppo di originalità. Una buona dose di creatività per il prossimo album sarebbe salutare e illuminante.(Alberto Merlotti)

(UK Division)
Voto: 65

Mr. Death - Descending Through Ashes

#PER CHI AMA: Swedish Death, primi Entombed
Solo, avvolto tra le spire della più fitta ed umida delle nebbie, lungo la più ripida e tortuosa delle mulattiere transilvaniche, avverto impotente quegli ultimi borbottii. Provengono dal cofano dell'auto su cui mi trovo. Decretano l'irreversibile quanto flebile ultimo respiro di questo diabolico congegno meccanico fatto di bielle, valvole e pistoni. Ci vedo una sorta di artificiale forma di vita nei motori e come tali, destinati, ahimè, prima o poi, in questo caso adesso, a spegnersi. Per sempre. E lì mi trovo. Solo. Come sempre. In mezzo al nulla. Incazzato nero, scendo. Mi consolo con l'unica compagna che non ti tradisce mai, ti dà tanto senza pretendere nulla, fatta di note, pause ed accenti, quell'orgasmica espressione del talento umano denominata musica. Con gli auricolari indosso, decido di spararmene un'overdose letale, di quella giusta, quella dei Mr. Death, pentacolare formazione svedese. M'incammino quindi, e sulle note di "To Armageddon" mi accorgo che la via più breve per il più vicino centro abitato consiste nell'attraversare un vecchio cimitero. Il cancello che ancora mi separa dal camposanto, da quella che sarà la mia final destination, è semiscardinato: quasi un invito ad entrare. Mi faccio quindi strada senza ben sapere a cosa vado incontro... non appena ne calpesto il suolo, percepisco fin da subito, aldilà di ogni ragionevole dubbio, la malvagità di cui è intriso. Dalla suola della mia scarpa sento risalire questa gelida sensazione che mi pervade, mi possiede, mi entra dentro, avvinghiandomi. E' un sound rugginoso, grattugiante. Ti si sferza pian piano nel costato e ci si fa strada, ti rigira le membra, è come se le corde di quelle chitarre fossero arpeggiate da uno dei corpi semidecomposti ivi sepolto, con un plettro ricavato da una scheggia del suo stesso cranio. Sfondato. Ebbene proseguo nel mio cammino, passo dopo passo, con circospezione, addentrandomi sempre più in questo territorio infestato, in questa dantesca selva oscura che ancora non ho del tutto ben identificato. Per condurre un'accurato esame autoptico di questa release, mi lancio nell'ascolto della successiva track "The Plague and the World It Made" concentrandomi stavolta sulla voce. Vediamo se riesco a farvela "sentire" anche se in questo momento non la state ascoltando. Proviamoci, via. Tanto non c'è per me cosa più divertente da farsi: ecco, vi trovate in un cimitero, ricordate? E state passeggiando, ve lo ricordate, vero? D'un tratto, si d'un tratto, notate un rivolo di condensa risalire dalla base di una sgangherata lapide 'si vecchia e logora che non se ne legge più nemmeno l'epitaffio. D'improvviso, un braccio, o meglio quel che ne rimane, si fa strada in quella terra dimenticata da Dio e ne emerge, seguito dall'intero cadavere mezzo decomposto. Intriso di larve. Voi restate lì. Impietriti da quella visione. Spaventati da quella mandibola, con il residuo di quei pochi denti rimasti e con l'orbita sfondata. Impalliditi, vi sentite raggelare il sangue nelle vene, ne sentite la densità aumentare, avvertite le vostre pulsazioni. Vorreste ahimè urlare ma è come se questo comando vi fosse d'improvviso vietato e non riuscisse a raggiungere la vostra mente: dalla bocca non vi esce un fiato. Ve ne restate lì, succubi, ad ascoltarla emettere quello screaming cupo, cavernoso, truce come l'aria asfittica insufflata da logori mantici nelle vetuste canne del più antico degli organi sacri. Una voce che perfettamente si sposa nel contesto di quelle melodie. Ci fa sesso. Un incastro perfetto, dal disegno Escheriano, ingannevole, che non è davvero come appare. Una voce che non ricorda certo l'Ave Maria di Schubert ma che trasuda nella mia mente una lisergica versione del Dies Irae. No, non quella famosa di Mozart. Quella intonata da Satana stesso ogni qual volta, nel suo piccolo, s'incazza. Ebbene, vi ho già raccontato parecchio ma aspettate un momento, concedetemi ancora un istante. Si perchè mica finisce qui. Ancora non vi ho condotti, mano nella mano, nella mia terra promessa. Si ormai la conoscete, l'abbiamo calcata altre volte assieme, è il mio personale Eden fatto di piatti e tamburi. Ve lo faccio ancora una volta, via, proviamoci, "sentire" anche se come prima non lo state ascoltando. Chiudete gli occhi ed immaginate il dio Vulcano, quello impresso sulle vecchie 50 lire, per intendersi, ve lo ricordate? Lo vedete il metallo ardente forgiato colpo su colpo dal suo martello? Osservatene le copiose scintille, percepite le vibrazioni del contraccolpo del martello trasferirsi e risalire lungo il vostro braccio. Ecco, è esattamente questo quello che io stesso provo nel momento in cui per primo, percuoto i miei di piatti ed è la stessa medesima sensazione, che vivo, in questo momento, ascoltando "Descending Through Ashes". Immaginate adesso da voi i tamburi: non posso mica dirvi sempre tutto io. Ancora una volta, adesso, tutti vi starete chiedendo: si ma sta cavolo di storia come andrà a finire? Ebbene, nella verità, la macchina non si era fermata. Si era invece fracassata contro quel cancello. E' il motore della vostra vita, ad essersi spento. E si è portato via la vostra anima, sempre che ne abbiate mai avuta una. Si, se l'è portata via, ma solo per 34 minuti e 14 secondi: l'esatta durata, per intero, di questi dieci comandamenti incisi su lapidi denominati "Descending Through Ashes". Alla fine dell'ascolto sarete ancora vivi e vegeti, non temete. O forse... (Rudi Remelli)

(Agonia Records)
Voto: 75
 

sabato 17 dicembre 2011

Blut Aus Nord - 777 The Desanctification

#PER CHI AMA: Ritualistic Black Avantgarde, Ambient
Devo recensirlo, sento il suo richiamo, è come una droga che si insinua nel cervello, spazzando via ogni brandello di materia cerebrale che popola quanto contenuto all’interno della scatola cranica. I Blut Aus Nord sono dei maestri del male, dei prestigiatori, degli illusionisti, dei pazzi furiosi, abili nell’arte dell’ipnosi con quel loro sound malato, oscuro e magnetico. E “The Desanctification”, come il suo predecessore, in questa psicotica trilogia non è da meno. È un album cervellotico, cerebrale, se volete anche glaciale, che manderà in confusione i vostri centri nervosi, i vostri sensi e tutta un tratto vi troverete catapultati nel peggiore degli incubi. Si perché proprio partendo dalla iniziale “Epitome VII”, che riprende là dove “777 Sect(s)” aveva terminato in modo incompleto, appunto come se lasciasse presagire che qualcosa d’altro sarebbe arrivato, a distanza di sette mesi ecco giungere a sconquassarmi la vita un altro imprevedibile lavoro di black metal d’avanguardia, atmosferico, straniante, tormentato, controverso, alchemico, sperimentale, schizofrenico, onirico, stralunato, dissonante, melodico, e ancora tutto e il contrario di tutto. Un lavoro che ancora una volta mostra tutto il valore di una band che da quasi vent’anni ci stupisce di release in release con lavori disorientanti, bizzarri, strampalati, privi di una logica ben precisa, che spinge anche il sottoscritto ad esprimersi in modo decisamente caotico nella recensione dei loro dischi, il cui unico obbligo alla fine è semplicemente quello di farlo vostro e custodirlo gelosamente nella vostra collezione di cd. Se amate i Blut Aus Nord fidatevi ciecamente delle mie parole, anche se rispetto al passato “The Desanctification” si rivela meno selvaggio e ancora più votato alle sperimentazioni cyber industriali. Chi non li conoscesse, beh vi suggerisco di partire da questo lavoro e andare lentamente in modo retrogrado a scoprire le precedenti uscite di una delle band più entusiasmanti dell’ultimo decennio. Ora attendo il terzo capitolo di questa sorprendente trilogia. Caldamente glaciali! (Francesco Scarci)

(Debemur Morti Prod.)
Voto: 90

The Sullen Route - Apocalyclinic

#PER CHI AMA: Death/Doom/Post Metal
Devo ammettere che non mi avevano fatto impazzire in occasione della loro prima release anche se un 65 se l’erano portato a casa, colpa di un sound un po’ troppo ridondante, fin troppo asfissiante e privo di una certa personalità. Il quartetto russo (orfano della bella bassista che aveva popolato i miei sogni in occasione della prima release) ci riprova e devo confessare che un bel balzo in avanti i nostri l’hanno fatto, forse seguendo anche le indicazioni che da più parti erano arrivate dagli addetti ai lavori, e che quanto contestavo nel precedente “Madness of my Own Design”, in questo nuovo capitolo è stato definitivamente limato e sistemato. Partendo comunque da una base death doom, ecco che la band di Volgograd ha seguito qualche piccolo accorgimento: migliorato sensibilmente il songwriting e lo si evince fin dall’iniziale “Hysteria”; abbandonate le divagazioni pachidermiche, conferendo una maggiore ariosità e dinamicità alla proposta anche nelle parti più strettamente doom come nella seconda “Selfish I”; migliorata decisamente la performance vocale, con Elijah molto più sicuro nella sua veste non growl (non posso parlare di clean perché non sarebbe corretto). Ciò che di buono c’era nel debut è rimasto invariato e sto parlando di quelle atmosfere malinconiche/autunnali che qui sono state riprese e curate maggiormente nei dettagli (splendida “Burial Ground”) dove addirittura il doom sembra voler lasciare posto a delle divagazioni post rock, con parti arpeggiate che contribuiscono nel permeare il tutto di una velata vena nostalgica. L’album trasuda di calde emozioni: “Cynoptic” è una song dal mood quasi trip hop spezzata solo dal growling profondo di Elijah e da un riffing a tratti possente. L’apice lo si raggiunge però con “Dune”, song che miscela un southern metal con il death, questo a dimostrare che i The Sullen Route questa volta devono essere presi decisamente sul serio, perché le idee ci sono e sono anche estremamente interessanti, come dimostrato dal finale goticheggiante affidato a “Tonight’s Avenue” e alla roboante “All in October” (che mi ha ricordato qualcosa dei Rapture). Bel disco, ne sono lieto. Ora mi aspetto il capolavoro con la prossima release. Avanti tutta! (Francesco Scarci)

(BadMoonMan Music)
Voto: 75

Laetitia in Holocaust - Rotten Light

#PER CHI AMA: Black/Avantgarde, Blut Aus Nord
Molto più facile recensire una band dopo che l’hai intervistata e ne hai capito le intenzioni malvagie o misantropiche, tuttavia per i Laetitia in Holocaust non è stato decisamente il caso. La band di Modena che ho avuto modo di conoscere e con cui ho avuto modo di approfondire le tematiche contenute in questo disco, “Rotten Light”, mi ha immediatamente colpito per il suo essere fuori dal comune, anticonformisti al massimo e la cosa si riflette anche nella loro musica, che ha l’immenso pregio di non essere accostabile a nessun’altra band in circolazione. E come ben sapete, quando mi ritrovo al cospetto di tale originalità, la mia attenzione ne è catalizzata al massimo. Ma partiamo con la recensione e lo facciamo da un fermo caposaldo: “Rotten Light” non è un album semplice, anzi: bisogna avere una grande apertura mentale per affrontarlo anche a livello di liriche, costantemente relegate nel filosofico, ma il fatto di essere scritte in italiano all’interno del booklet, agevola non poco la possibilità di entrare nelle menti deviate di questi ragazzi. Il cd si apre con la cerebrale “Dialogue with the Sun”, canzone assai ipnotica, che nei testi riprende il tema della cover cd, ossia delle locuste che divorano il sole, ma non voglio entrare in maggior dettaglio nei testi, in quanto rischierei di dare una errata interpretazione del significato che l’act di S. e soci vuole trasmettere. Ciò che conta è la musica, ma per una volta nella vita, mi trovo veramente in difficoltà nel dovere affibbiare un’etichetta ad una band; mi limiterò col dire che sperimentale o d’avanguardia, sia la soluzione più semplice per definire il sound dei nostri. Abbandonati infatti gli estremismi sonori del precedente lavoro, “The Tortoise Boat”, “Rotten Light” si presenta come un viaggio angosciante nei meandri più reconditi della psiche umana e lo fa attraverso dei brani che sembrano collegati fra loro, partendo dalla già menzionata “Dialogue with the Sun”, passando attraverso la furente (solo per il drumming incessante che si interseca a delle splendide chitarre acustiche) “Black Ashen Aurora” (dove non riesco a capire se i colpi dati sulle pelli siano umani – ma in tal caso sarebbero disumani - o creati da una drum machine); la straniante, allucinante e malinconica “Le Perdu de Novembre”, dove il cervello va completamente in pappa per dei suoni allucinanti che si incuneano nelle nostre reti neuronali, disorientandoci completamente. Non c’è uno schema ben preciso nelle note dei nostri, è improvvisazione allo stato puro; la band si diletta a mettere in musica ciò che più gli piace senza rispettare un ordine naturale delle cose. Ancora suoni inquietanti aprono “Ascension to Cursed Waters” e se volete nei nostri si può ritrovare un’attitudine disarmonica/avanguardistica simile a quella dei francesi Blut Aus Nord, anche se poi ben poco la musica ha a che fare con quella dei blacksters francesi. La cosa incredibile che contraddistingue il trademark dei nostri è creare il chaos con delle semplici parti arpeggiate, bellissime vocals (la cui fonte di ispirazione potrebbe essere Attila Csihar) e ambientazioni orrorifiche, come nel caso di “Sulla Soglia dell’Eternità”, una sorta di mini suite per un film dell’horror, con spettrali giri di chitarra e vocals sussurrate… mortale e affascinante. Questi signori, sono i tormentati Laetitia in Holocaust, una delle realtà più interessanti che mi sia capitato di ascoltare in questo noioso e tormentato 2011. Creatività e morbosità allo stato puro! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 90

venerdì 16 dicembre 2011

Rust Requiem - Migrationis Obscura Aetas

#PER CHI AMA: Black rituale, Burzum, primi Bathory
Beh, la prima cosa che di sicuro balzerà all’occhio, anzi all’orecchio di chi si avvicinerà a questo cd, è la scelta di aver cantato l’intero album tutto in latino, questo con l’intenzione di voler mantenere intatto il passato a noi familiare, quello portatore del nostro bagaglio culturale che trae origine dagli antenati romani che furono padre dell’antico splendore delle civiltà europee. Fatta chiarezza su questo aspetto, passiamo alla musica, esempio di funereo depressive black metal, portatore di angosce e orripilanti paure. L’idea di Ianvs, mente e unico membro dei Rust Requiem, è quella di presentare un’opera concettuale sulla spiritualità umana, sulla sua forza e sulla sua fragilità. Progetto ambizioso, estremamente interessante, ma dall’esito non del tutto sofddisfacente. La musica stenta infatti a decollare, catalizzando l’attenzione dell’ascoltatore, per il primo quarto d’ora (e nella quarta traccia soprattutto), su cerimoniali liturgici decisamente noiosi. Poi si scatena la furia black, con i suoni che risultano sempre troppo gelidi, colpa probabilmente di una produzione non proprio all’altezza e le soffuse vocals di Ianvs che fanno fatica a risollevare un cd che ha ben poco di vincente da offrire. Il genere proposto, quello del filone depressive black, trova anche qui i suoi momenti strazianti, oscuri, opprimenti in cui l’unico pensiero a prevalere è quello dell’autodistruzione, però ormai è diventato troppo “commerciale” e di aria fresca in queste scarne note ce n’è ben poca. Laceranti esplosioni elettriche interrompono poi i catatonici momenti di ansia, creati dalle oscure sinfonie di organi sinistri: cavalcate black sullo stile dei primi Burzum e primi Bathory, contraddistinguono infatti le rare parti più movimentate di questo cupo lavoro, portatore di morte e disperazione! Inquietante. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 55

Dark End - Damned Woman and a Carcass

#PER CHI AMA: Black/Death/Gothic, Cradle of Filth
Gli emiliani Dark End a tre anni dalla loro fondazione, giungono al traguardo della prima release ufficiale. “Damned Woman and a Carcass”, fin dalla sua intro, rievoca i vampireschi intermezzi dei Cradle of Filth; poi, via si parte con la musica, un mix di black death melodico arricchito da aperture sinfoniche, che comunque mantengono come punto di riferimento la band di Dani “Filth” e soci. Sicuramente le vocals (ad opera di Pierangelo Oliva, voce dei Confusion Gods) non sono urlate come quelle del buon vecchio Dani, assestandosi infatti in gorgheggi squisitamente death; la musica apre ad atmosfere gotico-decadenti, probabilmente influenzate dalle poesie di Baudelaire estrapolate dallo “Spleen” e da “Les Fleurs du Mal” che costituiscono le liriche di questo lavoro, disegnando poi articolati giri chitarristici non propri del genere. Il risultato, pur non evidenziando nulla di originale, si lascia piacevolmente ascoltare grazie a quel suo alternarsi di momenti di furia selvaggia, tipica del black, con le parti più orchestrali dovute al sapiente utilizzo delle keys, ad opera di Simone Giorgini, eccellente pianista e compositore; sicuramente l’inserimento di ritmiche più orientate verso stilemi tipici del death progressive, frequenti cambi di tempo e parti acustiche, contribuiscono a migliorare la qualità di “Damned Woman and a Carcass”. Da segnalare infine, la chiusura affidata a “Love Will Tears us Apart”, interessante cover dei Joy Division. Siamo comunque di fronte ad una band dalle idee ancora non del tutto chiare ma sono certo che con un pizzico di esperienza in più, qualche buon suggerimento e brillante idea, l’act italico, avrà tutte le potenzialità per sfondare! (Francesco Scarci)

(Necrotorture)
Voto: 65

Infinity - The Arcane Wisdom of Shadows

#PER CHI AMA: Black svedese, Dissection
Una mistica intro apre le danze di questo capitolo, il quarto, per gli olandesi Infinity. “The Arcane Wisdom of Shadows” ci regala più di 50 minuti di black metal che fin dalle sue prime battute non può che rievocare nella nostra memoria le note di “Storm of the Light’s Bane” dei compianti Dissection. Rispetto alla band di John Nodtveidt e soci, al combo olandese manca però quella malvagia melodia che ha invece caratterizzato il sound dell’act svedese; per il resto direi, che gli Infinity potrebbero (ma ne dubito perché manca la classe dei Dissection) diventare gli eredi della grande band scandinava, in attesa tuttavia di capire se i riformati Unanimated hanno le palle per prendere in mano il testimone dei Dissection. Il feeling maligno emanato dal suono del duo olandese, è quello tipico di marca svedese: ritmiche veloci, riff taglienti come rasoi, qualche mid tempos a rallentare qua e là la furia black, un paio di frangenti acustici, qualche leggero sprazzo melodico e l’ugola vetriolica di Baldragon Xul a decretare la fine dei giochi. I nostri, con un leggero ritardo di 13 anni, cercano di ripetere quanto fu proposto nel 1995 dai miei idoli, con risultati non del tutto soddisfacenti. Questo, se volete, può essere il limite di “The Arcane Wisdom of Shadows”, che comunque potrà piacere a chi soffre ancora di nostalgia per quei tempi: la nuova release degli Infinity potrà dunque fare al caso vostro. Da segnalare che le prime mille copie sono state rilasciate in un lussuoso formato digipack. Che altro dire: disco onesto ma non fondamentale. (Francesco Scarci)

(Bloodred Horizon Records)
Voto: 60

sabato 10 dicembre 2011

Smohalla - Resilience

#PER CHI AMA: Black Avantgarde, Ved Buens Ende, Arcturus, Ulver, Limbonic Art
Gli Smohalla sono una band francese che avevo già avuto modo di ascoltare e apprezzare ai tempi dell’EP di debutto “Nova Persei”. Era il 2007 e ora finalmente è uscito il full lenght e non posso che rilevare che nel corso degli ultimi quattro anni, la qualità del terzetto transalpino si è elevato, in termini qualitativi, di molto. Partendo da una copertina di indubbio riferimento esoterico-massonico, i nostri sfoderano otto brani, che non fanno altro che confermare l’assoluto valore della scena francese. Non siamo di fronte a mostri sacri come Deathspell Omega o Blut Aus Nord, ma se mi è concesso, poco ci manca, proprio perché gli Smohalla ci offrono su un piatto d’argento una musica che, pescando dal sound enigmatico di Ved Buens Ende, a cui aggiungono le orchestrazioni degli Arcturus più ispirati, e con un tocco della schizofrenia dei già citati Blut Aus Nord, il risultato ha davvero del sorprendente. Difficile identificare una song piuttosto di un’altra, in quanto tutte le canzoni qui contenute hanno un che di originale e inebriante da proporre: non esiste infatti un canovaccio ben preciso che i nostri seguono nella costruzione, totalmente disarticolata, dei loro pezzi e questo è per le mie orecchie assai buono. La musica dei nostri, partendo da lontanissimi richiami in stile Limbonic Art, innesta nel suo interno suggestioni oniriche (“Marche Silencieuse” tanto per capire), inserti elettronici, frangenti ambient, arrangiamenti da brivido, passaggi d’avanguardia che esulano in modo inequivocabile dal metal e per non farci mancare nulla, anche feroci sfuriate black metal (“L’Homme et la Brume”); il tutto è impreziosito ulteriormente dalle vocals di Slo (le liriche sono tutte in francese) che si dilettano in un doppio ruolo, screaming (stile Solefald) e cleaning (stile Ulver). Ecco, forse proprio dai Solefald, i nostri risultano più influenzati, ma non da un punto di vista stilistico, ma in termini di improvvisazione e ciò è quello che renderà gli Smohalla la vera sorpresa di questo 2011 (in coabitazione con i Solstafir), che sta per concludersi. Se il buongiorno si vede dal mattino, i nostri sono destinati ad un futuro glorioso, in compagnia dei più grandi nomi di sempre. Eccellente debutto, da avere ad ogni costo! (Francesco Scarci)

(Arx Productions)
Voto: 85

Carthasy - Apertures

#PER CHI AMA: Post Rock/Progressive/Alternative, Tool, Porcupine Tree, Lingua
Australia: vera fucina di talenti, terra lontana da cui arriva sempre ed inevitabilmente una ventata d’aria fresca, innovativa, una brezza che accarezza il nostro viso, in grado di scuotere i nostri sensi. Ho atteso un paio di mesi per ascoltare il nuovo EP della band di Perth, dopo che ero stato conquistato dal loro demo cd di inizio anno e direi che ne è valsa la pena: 25 minuti aperti dall’aspra “Crawl”, che ci aggredisce nei suoi soli due minuti e poco più, con un rock rabbioso e diretto allo stomaco, prima di lasciare la palla alla più atmosferica “Key to Knowhere”, una song più melliflua, che mischia sonorità shoegaze, ad una ritmica più di scuola Tooliana e dove la voce di Lindsay si fa calda, cosi come il sound, cadenzato sin dall’inizio, dalla timbrica suadente del basso e da una chitarra psicotica. Si prosegue con “Inhale” e la song è decisamente da brivido con un’apertura ariosa che presto si incupisce e in cui è sempre il basso, questa volta aiutato da un drumming ipnotico, a dettare i tempi; la voce si dipana tra il cleaning e l’effettato, mentre la musica è decisamente intrigante ed elegante, pur suonando sempre in modo semplice e lineare, una sorta di mix tra il progressive dei Porcupine Tree e l’alternative dei Tool, in un crescendo di suggestioni oniriche che elettrizza il mio cervello nella cavalcata finale. Si arriva alla tribale/schizoide/fluida “Drift” e ci troviamo di fronte al lato più sperimentale dei nostri, ma anche a quello più introspettivo e malinconico. “Drift” è una song di quattro minuti pregna di malinconia, tipicamente post rock, in cui anche la voce di Lindsay si carica emotivamente di passione e trasuda un forte senso di inquietudine. Giungiamo sfortunatamente all’ultima traccia, la title track e la band ritorna alle sonorità di matrice americana, mostrando tuttavia una semplicità nei suoni disarmante, il che conferisce una maggiore accessibilità alla proposta del combo australiano. Vorrei spendere un’ultima parola per il bel digipack di “Apertures”, che mostra una bellissima foto in copertina e meravigliose fotografie nel booklet interno, una serie di scatti che possono rappresentare un inno alla solitudine. Il viaggio è ahimè finito, attendo con ansia il full lenght della band ora, non ci sono più scuse. Magnetici! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 80

Sacratus - ...Paradise for Two

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi Paradise Lost, My Dying Bride
Li avevamo lasciati poco più di due mesi fa con il loro debut “The Doomed to Loneliness” e torniamo oggi a recensire i russi Sacratus, con un nuovo lavoro, decisamente più maturo del suo predecessore. “…Paradise for Two” presenta otto tracce di cui tre ri-registrate provenienti dal precedente album. Diciamo subito che la formula non è cambiata granché, in quanto l’act di Cherkessk continua a proporre un death doom dalle forti tinte autunnali. Ciò che è migliorato sensibilmente è il songwriting, la struttura dei brani si è snellita, con pezzi più brevi, digeribili e intellegibili, le vocals continuano a rappresentare il pezzo forte dei Sacratus, muovendosi tra growlings mai estremi e cleaning vocals assai piacevoli. Ciò che di fatto fa fare un salto di qualità al quartetto è la vivacità della proposta, che richiama per certi versi i Paradise Lost di “Shades of God” o i My Dying Bride di “Turn Loose the Swans”, mostrando però più sprazzi di solarità nel loro sound, anche se comunque a parte la opening track, tutte le altre songs sono finiscono per l’essere imbrigliate in un senso di velata cupezza. Ma d’altro canto se cosi non fosse, non sarebbe di sicuro doom quello che i quattro propongono. “Shadow”, “The Hard Thinking”, “Tristeza Mia”, ma soprattutto l’arabeggiante “Revelation” (la mia preferita e forse anche la migliore del lotto), fluiscono senza intoppi e il loro ascolto non scade di sicuro nella noia, come mi era capitato invece nella precedente release. Quel che è appare chiaro è che tra le mani non abbiamo nulla di nuovo, è sempre un sound abbastanza derivativo che non apporta grosse novità al genere. Però mi sembra che l’ensemble russo stia lavorando egregiamente, anche grazie al supporto dell’attenta etichetta Darknagar Records e che quindi meriti la vostra attenzione. Per ciò che riguarda le tre tracce ri-registrate, “Madness”, “Fallen Angel” e “The Last Hope”, i nostri tornano ad ammorbarci con pezzi stralunghi in grado di rubarci una mezz’ora della nostra vita, con visioni cupe e catastrofiche. Depressi! (Francesco Scarci)

(Darknagar Records)
Voto: 75

Meadows End - Ode to Quietus

#PER CHI AMA: Swedish Death, Dark Tranquillity, In Flames
Con notevole ritardo, giunge finalmente sulla mia scrivania, il lavoro degli svedesi Meadows End. Un pianoforte, accompagnato da una chitarra, in chiaro stile “Göteborg”, apre questo “Ode to Quietus”, un lavoro godibile, che fa delle facili melodie, quelle che si imprimono nella testa immediatamente, il proprio marchio di fabbrica. La musica del quintetto svedese infatti è un tipico melodic death metal di matrice svedese, la cui melodia pesca a piene mani dai grandi maestri di sempre, In Flames e Dark Tranquillity su tutti, mentre a livello di pesantezza o velocità, qui ci posizioniamo su un mid-tempo mai eccessivamente pesante o serrato. Già la prima “Beyond the Dead Cold Surface” ci dimostra la relativa tranquillità con la quale la band di Örnsköldsvik ci assale, mentre la successiva “Resurrection of Madness”, song un po’ più tirata ma intrisa di cupa malinconia, ci mostra il lato più oscuro dei nostri: belle linee di chitarra, un ottimo growling e delle tastiere a rendere più accessibile il sound dei nostri. La terza “The Gloom that is his World” vede ancora la band scimmiottare i conterranei In Flames, ma d’altro canto chi può biasimarli, l’act guidato da Anders Friden rappresenta ancora la summa dello swedish death e lo dimostra il fatto che ancora decine e decine di band cerchino di imitarli, con risultati niente male, appunto come nel caso degli stessi Meadows End, che cercano di aggiungere a quelle tipiche melodie svedesi, anche quel “folclore” nordico riscontrabile nella musica degli Amorphis (“Homeland” ne è un esempio). Non manca tuttavia qualche traccia più tirata (“Coven of Blood” ad esempio), sempre però colma di un certo groove e melodie catchy, ma anche qui poi emerge forte l’eco della band finlandese, nella sua parte centrale. “My Demon”, “Starvation 23” e “Falling Asleep” chiudono infine un album che sembra non avere grosse pretese, se non allietare il pubblico con una proposta “easy listening”, che sicuramente sarà apprezzata dagli estimatori del genere melo death ma anche dalle frange meno estreme e più votate al metal atmosferico. Interessanti, ma non del tutto al passo con i tempi. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 70